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di Sarah Crespi


La Prealpina, 1 gennaio 2022

 

L'avvocato: "Non è stato monitorato". Aveva disturbi psichiatrici da tempo, erano conclamati, il Cps lo seguiva e anche in carcere le sue debolezze erano note: il 26 novembre il gallaratese aveva tentato il suicidio nel penitenziario di Monza ed era stato salvato grazie alla pronta reazione di un altro detenuto. Era fuori controllo, impossibile da gestire tanto che lo staff sanitario aveva deciso di sottoporlo al Tso. Il 23 dicembre il quarantunenne si è tolto la vita.

Dopo il ricovero era stato era stato collocato in una cella singola, da solo, senza nessuno che potesse monitorare le sue condizioni, i suoi sbalzi di umore. Gli agenti se ne sono accorti quando ormai non c'era più nulla da fare.

Hanno provato tutte le manovre rianimatorie possibili, nemmeno il personale del 118 ha potuto fare nulla. Il pubblico ministero della procura brianzola Cinzia Citterio ha aperto un fascicolo sul decesso del quarantunenne, ieri mattina il medico legale Eleonora Burgazzi ha effettuato l'autopsia che ha confermato quanto già era evidente: il gallaratese si è impiccato usando le stringhe delle scarpe, appendendosi alla grata della porta blindata. Il dato di interesse, che al momento non è stato ufficializzato, è l'ora in cui il cuore dell'uomo ha smesso di battere.

Il corpo è stato trovato in serata, la direzione della struttura ha assicurato alla famiglia di essersi accorta della tragedia pochi istanti dopo il gesto, ma il padre del quarantunenne non trova pace, c'è un tarlo che lo tormenta: forse, con una sorveglianza adeguata e in un altro contesto, qualcuno avrebbe potuto liberare il figlio da quel cappio prima che gli fosse letale. Martedì il pensionato si è rivolto all'avvocato Francesca Cramis che ha nominato un proprio consulente per l'esame post mortem di ieri e che ha intenzione di andare a fondo di eventuali responsabilità.

"Stiamo valutando un'azione civile di risarcimento perché le patologie del detenuto erano risapute e molto serie. Non era il carcere il luogo idoneo per lui ma nessuno ha reperito una comunità in cui collocarlo e seguirlo. Non si è tolto la vita per la condanna, bensì per le manie di persecuzione di cui soffriva. La sottovalutazione delle sue condizioni è più che evidente visto il drammatico epilogo. Non è stato curato come avrebbe dovuto e non è stato monitorato nonostante il tentativo di uccidersi risalente a neppure un mese prima", spiega l'avvocato.

Il quarantunenne era stato portato in carcere a febbraio per maltrattamenti nei confronti del padre e per stalking nei confronti di un'infermiera del pronto soccorso del Sant'Antonio Abate. A luglio era stato condannato perché gli elementi a suo carico erano chiari e provati ma l'avvocato Francesca Gallotti, suo difensore, aveva già presentato il ricorso in Appello. Ormai però il capitolo è chiuso. "Ma se ci sono responsabilità nel decesso vogliamo farle emergere", conclude Cramis.