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di Stefania Totaro

Il Giorno, 30 dicembre 2025

Potranno videochiamare casa negli orari consentiti. In un incontro con i penalisti alcuni ragazzi del carcere di Monza hanno parlato dei problemi del reinserimento sociale e delle criticità del sovraffollamento: “Bisogna restringere sempre di più le distanze tra l’interno e l’esterno”. Come regalo di Natale un telefono cellulare per fare le videochiamate ai familiari nelle ore di permesso. L’hanno ricevuto dagli avvocati della Camera penale di Monza i detenuti della casa circondariale monzese, per abbattere i confini che li separano dalle persone care, ancora di più in questi giorni di festa.

I penalisti brianzoli credono nell’articolo 27 della Costituzione che prevede la finalità rieducativa della pena e la risocializzazione del detenuto e hanno uno stretto rapporto con gli ospiti del carcere di Monza, dove recentemente l’avvocata Roberta Minotti ha incontrato i detenuti che compongono la redazione del magazine “Oltre i confini” con la direzione editoriale di Antonetta Carrabs, un semestrale alla seconda uscita.

“L’idea è quella di far conoscere con le nostre storie personali alle persone che non sono mai state in carcere cosa vuol dire essere un recluso - racconta Nicholas - per far capire che in fondo non siamo mostri, ma siamo delle persone che hanno sbagliato; è un modo anche per avvicinarci all’esterno e sentirci ancora parte di quel mondo da cui siamo stati strappati per entrare in un microcosmo dove devi reimparare un po’ tutte le leggi, diciamo, di sopravvivenza. E ci sono tante cose difficili nella carcerazione, la lontananza dalle persone e dai luoghi amati e soprattutto la convivenza forzata, perché si può convivere con un assassino, con degli stupratori, con ladri, truffatori, però alla fine quello che ti insegna il carcere è non etichettare la persona in sé per il reato che ha commesso, ma prima di tutto conoscerla”.

Giacomo invece elenca le criticità incontrate nel carcere monzese nella realizzazione di un progetto di rieducazione. “Per prima cosa il sovraffollamento, che comporta anche la mancanza di personale per mantenere contatti per riabilitare un detenuto. Qua abbiamo più di 700 persone con un personale che è il 50%, proporzionato alla capienza originaria che è stata ampiamente superata. Ciò comporta anche tutta la lentezza burocratica.

Per chi ha la possibilità di andare in prova o ai domiciliari o avere accesso a tutte quelle pene alternative che permetterebbero a una persona detenuta di poter uscire da questo mondo, la fissazione dell’udienza a volte ha tempi biblici. Io sto aspettando un’udienza per andare a casa da 5 mesi, bisognerebbe adeguare il carcere alla singola situazione e dare la possibilità al detenuto di riabilitarsi all’esterno. Ma all’esterno c’è un’altra bruttissima parola che è pregiudizio. Quindi bisogna promuovere quello che si sta già facendo, cioè restringere sempre di più le distanze tra l’interno e l’esterno”.