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di Dario Crippa

Il Giorno, 9 dicembre 2025

Il riscatto con White Mathilda. L’innovativa opportunità offerta dall’Area Educativa della casa circondariale di via Sanquirico. Dopo 5 mesi di lavoro i risultati del percorso di consapevolezza su maltrattamenti e stereotipi di genere. “Devo molto a questo percorso, sono riuscito a riflettere sulle mie emozioni ancor più sulle emozioni di ogni compagno. Mesi interi che mi hanno accompagnato verso il vero senso di riscatto rispetto gli errori commessi dove l’impulsività aveva preso il sopravvento”. Non conosciamo la sua storia, ma Andrea si è aperto e affida a poche ma sentite righe i suoi sentimenti.

Antonino, “compagno” di prigionia, sa quanto questi mesi siano stati duri, ma anche importanti: “L’utilità di questo cammino è stata riuscire davvero una volta per tutte a guardarmi dentro e fare i conti con me stesso. Soffrire in carcere mi ha aperto gli occhi”. Avevano maltrattato, picchiato, hanno reso infernale le vite di tante donne. Ma ora stanno pagando. Eppure in prigione qualcuno ha deciso di tendere loro una mano. Perché la pena ha senso soprattutto se c’è redenzione. È da qui che è nato lo scorso luglio il progetto “Respons-abili”, un percorso trattamentale di cinque mesi totalmente pensato, costruito e realizzato daIl’Area Educativa della Casa Circondariale di Monza in collaborazione con il C.a.v. (Centro Anti Violenza) White Mathilda di Desio, rivolto ai detenuti che stanno scontando una pena per il reato di maltrattamenti.

Undici detenuti, per la maggior parte italiani, dato che fare breccia in quelli stranieri è più difficile per ragioni culturali. “Non è un corso - spiega l’associazione -, è un susseguirsi di incontri dove vengono affrontate, analizzate e discusse tematiche specifiche come la gestione delle emozioni, la responsabilità personale, il potere e il controllo nelle relazioni, la mascolinità e gli stereotipi di genere, il consenso e la libertà dell’altro di dire no”. Le persone detenute inserite in questo progetto a numero chiuso vengono accuratamente selezionate in base anche a similitudini comportamentali e caratteriali. “Per meglio dire si concretizza l’importanza della detenzione sempre più finalizzata alla rieducazione, assistita e personalizzata della persona sulla base, in questo caso, di un comun denominatore, la tipologia di reato commesso”. Le voci dal carcere lo testimoniano. Come quella di Carlo: “Ho trascorso cinque mesi di continue introspezioni e modulazioni emotive con un gruppo di lavoro accogliente e predisposto ad ogni tipo di confronto atto a smuovere animi e coscienze diverse l’una dall’altra ma comunemente dolorose e sofferenti. Ho iniziato un percorso, l’ho attraversato con l’aiuto di persone stupende che mai mi hanno lasciato solo, anzi, mi hanno aiutato a condividere, quando un sorriso quando una lacrima, per arrivare insieme a colmare quei vuoti scavati dagli errori commessi”.

“Ho riscoperto - ammette Michele - la parte buona e riflessiva di me stesso”. Per Luca è stato “un cammino assistito che mi ha responsabilizzato e ha permesso di analizzare costantemente le mie emozioni, azioni, le reazioni”. Claudio ha fatto “i conti con gli errori del passato, uno dopo l’altro, ho imparato a chiedere aiuto nei momenti difficili mettendo da parte quella stupida presunzione di riuscire a cavarmela sempre da solo”.

Mentre Alessio “ha fatto luce sulle zone che appositamente tenevo in ombra. In questo modo sono riuscito a lavorare davvero su quanto di sbagliato portavo dentro di me”. Racconta Stefano: “Ho due concetti ad oggi che mi formano: introspettività e costruttività. Nella prima ho imparato ad analizzare e gestire, nell’altra, do forma, disegno e realizzo la mia vita futura, non la demolisco!”. Per Nicholas è stata “un’avventura all’interno delle mie emozioni, un’esplorazione approfondita di alcune dinamiche di approccio alle relazioni interpersonali, rispolverando la mia anima buona e ricordando in primis a me stesso l’obiettivo che noi tutti dovremmo avere, la felicità!”.

“Abbiamo attraversato insieme un lavoro difficile - riflette Ilaria Meroni, arteterapeuta che ha seguito i detenuti -, ognuno con le proprie capacità. Questo percorso è stato colmo di ricordi, di momenti difficili o felici, di solitudine, di malinconie e molto altro. Abbiamo avuto la capacità di abbattere, in questo caso, i confini di ognuno. Se ci conosciamo riusciamo a dirci qualunque cosa”. In quello che è stato un percorso delicatissimo hanno lavorato, oltre alla dottoressa Meroni, anche Luisa Oliva, presidente dell’Associazione White Matilda accompagnata a sua volta dal proprio staff di psicologi ed avvocati, il tutto sotto la supervisione delle referenti interne Fgp Marika Colella e Alessandra Arosio.