di Dario Crippa
Il Giorno, 2 giugno 2019
L'orto coltivato dai detenuti produce oltre un quintale di frutta e verdura ma per sopravvivere ora servono i clienti. Alessio ha gli occhi che brillano: "Guardi come sono belle queste fragole, le prenda, assaggi... sono dolci, vero? Di così buone al supermercato non se ne trovano".
Alle sue spalle fa capolino Leo: "E provi anche questi piselli - e intanto apre un baccello sotto i tuoi occhi - Squisiti, vero? Io me ne intendo, fino a qualche tempo fa lavoravo in un centro giardinaggio".
E adesso? Adesso Leo, 51 anni, sconta una condanna per furto, di biciclette racconta. E Alessio, che ha "20 anni da appena due mesi" dice con orgoglio, deve stare in galera per un cumulo pene per reati contro il patrimonio. In fondo, bofonchia, lui la galera l'ha conosciuta quando aveva appena 14 anni, al carcere minorile Beccaria.
"Cani perduti senza collare" come Alessio, vite che hanno preso la strada sbagliata come Giorgio, che vittima della ludopatia "ho fatto una cosa molto brutta", e quando in carcere ti senti dire così capisci che spesso si parla di omicidio. Ora però Giorgio, i segni dell'età nel volto, con l'entusiasmo di un ragazzino ti spiega tutto sulla pacciamatura, la tecnica per mettere al riparo le colture sotto uno strato naturale di verde, tenerle al caldo e all'umido, riparate dal sole, riparate dalle intemperie e dalle storture della vita.
All'orto della Casa circondariale di via Sanquirico, ripartito non senza fatica il mese scorso, si impara. Un insegnante messo a disposizione dalla Scuola di Agraria del Parco viene tutte le settimane a mostrare ai detenuti come fare una pacciamatura, come innaffiare, quando piantare, come raccogliere pomodori, cipolle, insalata o cipolle, fiori di zucca "e anche menta", fa eco Alessio.
Per quei detenuti selezionati dal direttore della casa circondariale, la dottoressa Maria Pitaniello, significa per una mattina a settimana stare fuori dall'angoscia di una cella, sotto il sole, a imparare un mestiere, "a vedere il frutto del proprio lavoro che cresce - spiega - a lavorare con la terra: una delle attività più motivanti che ci siano: per questo faccio di tutto per portare avanti l'orto".
Anche quest'anno a dare una mano considerevole è una consigliera comunale e dirigente scolastica, Anna Martinetti, che assieme al sindaco Dario Allevi è riuscita a far ripartire un progetto che rischiava di morire. Di problemi da affrontare per fare un orto in carcere, infatti, ce ne sono più di quanti si possa immaginare. Nel 2016, quando tutto cominciò su spinta proprio della Martinetti e degli agenti della polizia penitenziaria, in quell'appezzamento di mille metri quadrati nel cortile del carcere c'erano solo cemento e un deposito abbandonato. Poi, col sudore dei detenuti e la buona volontà degli agenti di polizia penitenziaria, la terra è stata strappata all'asfalto.
Sono sorte tre serre, sono arrivate le motozappe, sono cominciati a crescere i filari, protetti da un tetto che si apre e chiude in base alle condizioni atmosferiche e bagnati da irrigatori temporizzati. Ora anche dall'occhio vigile della Scuola di Agraria, con la qualche quest'anno è stata avviata una collaborazione. Il problema più grosso è però trovare una destinazione per i prodotti coltivati, frutta e soprattutto verdura: l'anno scorso il quintale e 300 chili di piselli, cipolle, zucchine, rapanelli, cetrioli, insalata e così via coltivati sono stati donati al Banco alimentare. Una piccola parte è finita sulla tavola dei detenuti.
Ma non basta. Ecco allora l'appello del direttore e di Anna Martinetti: "Cerchiamo un mercato, qualcuno a cui vendere i prodotti. Tutti rigorosamente biologici e a km zero, ovviamente. Serve come motivazione per i detenuti, che hanno una risposta concreta ai loro sforzi, e serve per continuare a investire nella serra, per comprare attrezzature, concimi, sementi". Finora la casa circondariale se l'è cavata con le sue forze. Ma a stento. Ora si cerca qualcosa di più. "In questo carcere ci sono 660 detenuti, il 50% stranieri, più di 300 definitivi, gli altri in attesa di giudizio. L'obiettivo dell'Amministrazione è supportare la persona a essere autonoma e responsabile".
Una seconda occasione. "Quello che ti uccide tante volte è il pregiudizio - interviene Ottavio, 42 anni, da 8 in carcere perché rapinava banche. Ho sbagliato e mi sono rovinato, a casa ho due figli e una moglie che mi aspettano: la detenzione la fai perché sai di averla meritata, ma una volta fuori è difficile trovare una seconda occasione, se la gente non è disposta a dartela".
Le mani di Giorgio ora sono sporche solo di terra e sudore. Quello buono: "Coltivare e zappare ti serve, ti porta via la mente dal pensiero fisso di quello che hai fatto: non c'è giorno che non ci pensi e non me ne penta. La colpa è mia e sconterò la mia pena. Solo... fa rabbia a volte vedere lo Stato che pubblicizza il gioco d'azzardo e ci lucra sopra". E il giovane Alessio? "Lavorare la terra mi ricorda i nonni".









