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di Alessandro Salemi

Il Giorno, 17 dicembre 2025

C’è un carcere che lavora, studia, produce cultura e prova a ricucire legami. Accanto alle difficoltà della detenzione, aggravate dal grave sovraffollamento e dalle condizioni ambientali spesso critiche e logoranti, alla casa circondariale di Monza si muove ogni giorno un laboratorio silenzioso di dignità e reinserimento, fatto di persone e progetti civici encomiabili. Oltre a iniziative ricreativo-artistiche come Free for Music, l’istituto brianzolo ospita un ventaglio articolato di attività virtuose. Dai percorsi di giustizia riparativa ai corsi di teatro, fino alla nascita recente di una vera e propria rivista: “Oltre i confini”.

Dieci detenuti si sono messi alla prova con la scrittura e il lavoro giornalistico, dando vita a un magazine che racconta il carcere da dentro. A coordinarli, la direttrice, giornalista e poetessa Antonetta Carrabs. Piccoli ma decisivi passi verso la normalità sono anche quelli amministrativi: uno sportello anagrafe interno consente il rilascio delle carte d’identità elettroniche, accorciando distanze e tempi per l’accesso ai diritti. Il lavoro resta il cuore pulsante del sistema.

Oggi circa la metà dei detenuti - circa 350 persone - è coinvolta in attività lavorative, formative o di studio. Un dato significativo anche se non ancora soddisfacente. Dagli ambienti di lavoro escono prodotti di qualità: borse in pelle, valigette, articoli di cancelleria. Cooperativa Pandora, Mivan di Seregno, 1 Out, Zerografica e la sartoria Alice offrono occupazione interna, mentre una trentina di detenuti lavora all’esterno. Oltre 200 sono poi impiegati direttamente dall’istituto in cucina, pulizie e giardinaggio; una cinquantina segue corsi professionali, dalla ristorazione al barbering, fino alla falegnameria. Proprio la falegnameria, che vanta macchine professionali, racconta una delle storie più simboliche della casa circondariale.

Qui oltre al lavoro svolto per i corsi dell’Istituto Meroni di Lissone, i detenuti producono oggetti religiosi, quali rosari, con il legno che deriva dalle barche dei migranti del Mediterraneo che non ce l’hanno fatta ad arrivare a Lampedusa: un’iniziativa pensata e coordinata dalla Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti, come grande atto di umanità. L’idea di un carcere aperto e connesso alla città prende forma anche nei collegamenti. Da novembre è attiva la linea urbana z213 “Circolare”, che unisce il centro di Monza all’istituto. E si rafforza nel teatro (con Le Crisalidi e Geniattori), portato dentro e fuori dalle mura, fino ai palcoscenici di Binario 7 e Manzoni. I Geniattori, con lo spettacolo Senza parole, hanno conquistato, con 13 detenuti, il Premio Nazionale Maurizio Costanzo, come migliore pièce teatrale prodotta nelle carceri.

Un unicum nazionale è la biblioteca carceraria, integrata nel sistema Brianza Biblioteche: 7.700 volumi prenotabili online. Come accade nel Festival delle Storie, dove Calvino e altri autori sono entrati in cella attraverso il teatro. Sul fronte del reinserimento, il Progetto Sintesi 5.0 mette in campo 350mila euro in tre anni, puntando su lavoro, famiglia, abitazione e giustizia riparativa, in sinergia con Afol. L’iniziativa del Comune “Mind the gap”, sta accompagnando 20 detenuti verso un’occupazione. Accanto alle istituzioni, esiste un tessuto vivo di volontariato: dal cappellano don Tiziano Vimercati all’associazione Carcere Aperto, premiata con la Corona Ferrea per 31 anni di presenza costante. E poi lo sport, con un campo calcio per le occasioni di svago, ma anche per la squadra della casa circondariale, che partecipa al campionato organizzato dal Csi.