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di Rosella Redaelli

Corriere della Sera, 10 dicembre 2024

Francesco e le due figlie Alice e Milly allenano da tre anni tutti i sabato la squadra del carcere di Monza. Il progetto tra sport e reinserimento. “Vedi le persone e l’impegno che ci mettono, capisci che vale la pena”. Sabato mattina, ore nove. I Fanelli arrivano davanti all’ingresso della casa circondariale di Monza in via San Quirico. Sono papà Francesco 55 anni che nella vita di tutti i giorni è un tecnico in un’importante multinazionale e le figlie Alice, 25 anni, laurea in Scienze Politiche e Milly, 20 anni, iscritta al primo anno di Fisioterapia a Milano. Tuta da ginnastica, sacca con i palloni del volley per l’allenamento, passano i controlli, lasciano documenti e cellulari e varcano il pesante cancello d’ingresso. Per loro inizia una mattinata di allenamento con i detenuti del carcere di Monza: una dozzina di uomini tra i 20 e i 60 anni che partecipano al progetto “Liberi di giocare”.

La scena si ripete tutti i sabato mattina dal 2022, quando papà Francesco ha risposto ad una mail del Centro Sportivo Italiano. Si trattava di un appello rivolto a tutte le società sportive milanesi per cercare allenatori disposti ad entrare in un carcere ed insegnare le basi di bagher, alzata e schiacciata. Francesco ha un passato da calciatore, ma si è avvicinato al volley quando Alice e poi Milly hanno iniziato a giocare nella Samz (Sant’Antonio Maria Zaccaria) di Milano, la squadra dell’oratorio del loro quartiere. “Mi sono reso disponibile - racconta Francesco - e in casa ne ho parlato con le mie figlie. Erano entusiaste e mi hanno chiesto di venire con me. Ora il sabato mattina è per noi anche un momento per stare insieme”.

Varcare il cancello del carcere all’inizio è stata una prova: “Non conoscevamo la realtà carceraria se non per quello che si vede in tv o nei film - spiega Milly - solo per un attimo ho pensato “ma chi me l’ha fatto fare?”, ma poi incontri le persone, conosci le loro storie, vedi l’impegno che ognuno ci mette, l’entusiasmo con cui giocano la partita del sabato e ti dici che ne è valsa davvero la pena”. La pallavolo è una passione condivisa in famiglia: “Ho iniziato a giocare che avevo 8 anni - spiega Milly - perché vedevo mia sorella Alice giocare nella squadra dell’oratorio”.

“Ora - prosegue Milly Fanelli - io continuo a giocare nella Samz, mia sorella è il direttore sportivo, mio papà allena le squadre maschili, io mi occupo anche delle ragazzine più piccole”. Ormai l’allenamento del sabato è diventata una bella consuetudine. Da una cella all’altra i detenuti si passano parola: “Sono arrivati i Fanelli”, gridano. E proprio loro si occupano della manutenzione del campo di allenamento che fino a poco tempo fa era una distesa di cemento ed ora è stato ridipinto, sono state rifatte le linee e la rete è stata portata ad altezza regolamentare.

Si parte con il riscaldamento muscolare, lanci, passaggi, un po’ di tecnica e poi la partita. Milly e Alice scendono in campo, papà Francesco arbitra l’incontro che, spesso, vede la partecipazione anche di squadre esterne. “Noi alleniamo - spiega Milly - i detenuti della sezione Luce che non è il carcere duro: le loro celle sono aperte, le guardie non sono sempre presenti, ma osservano gli allenamenti dai monitor. Sono persone che stanno scontando condanne anche lunghe, ma hanno un’occupazione all’interno del carcere o anche all’esterno se sono verso la fine pena”. C’è un naturale turn over, ma molti giocano da due anni e hanno ottenuto buoni risultati. “Penso a un ragazzo di vent’anni come me - ricorda Milly - che era il contrario dello sport: non prendeva una palla neppure per sbaglio, ma con l’allenamento e la costanza è diventato bravo”. In squadra c’è un altro giovane che invece ha sempre giocato a calcio “e si vede che si muove bene e ha buoni riflessi”.

Perché sono finiti dentro non è la domanda principale: “Anzi, proprio non la facciamo mai. Qualcuno si racconta, parlano soprattutto delle famiglie che hanno fuori, dei loro figli. Raramente dichiarano apertamente cosa hanno fatto. Sappiamo che tra loro c’è chi sconta una condanna per spaccio, furti, rapine”. Uno tra i più anziani che è sempre puntuale agli allenamenti, pronto a dare una mano, gonfiare i palloni, chiamare i compagni nelle celle era dipendente dal gioco e, come riassume parlando del suo passato, “ho combinato un grosso guaio”. “L’esperienza del carcere - prosegue Alice - ti apre la mente. Capisci che non c’è solo il bianco o il nero, ma esiste anche il grigio. Basta ascoltare i racconti di queste persone per capire la loro sofferenza, il loro dolore. Qualche compagno dell’università resta spiazzato dalla mia scelta, ma quando racconto l’esperienza condividono il mio entusiasmo”.

Le ore di volontariato in carcere dei Fanelli non si limitano agli allenamenti del sabato perché ci sono anche le feste, il brindisi per Natale e i pranzi a cui partecipa anche mamma Paola. Proprio nella giornata “padri e figli”, “un uomo si è avvicinato e mi ha presentato la sua bambina. Poi le ha indicato Milly e ha detto alla figlia: “Da grande devi diventare come lei perché è una persona dal cuore d’oro”. Mi sono commosso, orgoglioso delle mie ragazze, ho capito che avevamo fatto centro. Non siamo qui solo per insegnare bagher e palleggi, ma per portare il messaggio che fuori da quel cancello c’è anche il bene. Anche per loro”.