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di Dario Crippa

Il Giorno, 4 ottobre 2025

Parla Claudia Farina, punto di riferimento per i nuovi ingressi in struttura: “Ho imparato che si tratta prima di tutto di persone, non sta a me giudicare. Mi occupo anche delle prime necessità, dalla felpa alla mamma da chiamare”. Quando i nuovi detenuti entrano in carcere, i primi volti che incontrano, dopo quello del medico, sono quelli di persone come Claudia, 30 anni. Agenti di rete - si chiamano - un progetto nato in Lombardia che serve per accogliere i detenuti e spiegare tutto quello che occorre per orientarsi nella nuova realtà in cui si troveranno a vivere.

C’è chi non conosce i propri diritti e doveri, “chi ha bisogno di una felpa perché ha freddo o di una bottiglia d’acqua. O si avvisare la mamma in Marocco... Siamo la bussola? Beh, si può dire di sì. Soprattutto in un momento come questo di sovraffollamento delle carceri, in cui per esempio a Monza si sono oltre 700 persone (molte delle quali straniere e con problemi psichiatrici o di dipendenze, ndr) per 411 posti”.

Claudia Farina è una delle due persone che erano in servizio alla casa circondariale di Monza fino all’altro giorno. “Fino a martedì. Il giorno prima abbiamo appreso che il Progetto Sintesi, che in Lombardia andava avanti da una ventina d’anni, non era stato più finanziato. E quindi dal giorno successivo il nostro lavoro non sarebbe stato più servito”. O meglio, almeno a Monza, serve ancora, ma a occuparsene ora sono sostanzialmente la direttrice e la sua vice. Accogliere i nuovi detenuti è fondamentale per una civile convivenza. E gli Agenti di rete facevano questo e altro. “Sono laureata in Scienze dell’Educazione - racconta Claudia - e ho lavorato in quel grande mondo del sociale con diverse esperienze: dai centri diurni alle comunità per pazienti psichiatrici. Poi, quando mi sono imbattuta per la prima volta nel lavoro in carcere, ho capito che era la mia strada”.

Non deve essere facile. “Oltre agli studi molto insegna l’esperienza. All’inizio, prima di incontrare un nuovo detenuto andavo a leggermi il suo fascicolo, per capire cosa aveva fatto, come era arrivato fino a lì. Poi mi sono resa conto che era l’approccio sbagliato, e avrebbe rischiato di condizionarmi. Ho capito che per me i nuovi arrivati prima di tutto erano persone. E io non sono nessuno per giudicare quello che hanno fatto, a questo pensano i Tribunali. Che abbiano commesso una rapina a mano armata, una violenza su una donna o hanno rubato una bicicletta, non deve condizionare il mio lavoro”.

Arrivano tutti con le loro esigenze e le loro vite. “La prima cosa che chiedo a un nuovo giunto è se è mai stato in carcere, in modo da sapere cosa già conosce di questa realtà. Poi mi informo della sua famiglia, se c’è una rete di affetti che lo può sostenere e aiutare anche fuori. Anche qual è il loro titolo di studio. E poi ci sono tante cose da sapere, come accedere alle telefonate, come contattare un avvocato”.

Claudia lavorava a Monza da due anni. Accogliere i nuovi ingressi sono la prima non è semplice. “A volte, soprattutto nei fine settimana, potevano arrivare 20-25 nuovi ospiti e c’era parecchio da fare. L’accoglienza va fatta per Legge entro 72 ore dall’ingresso nella struttura. E noi siamo pochi, due per struttura, ma abbiamo sempre cercato di lavorare al meglio. Certo, non si può farlo una volta a settimana e lasciare i nuovi detenuti a se stessi. Gli Agenti di rete sono sempre stati figure precarie, con i contratti che andavano rinnovati di volta in volta, pur sapendo che alla fine sarebbero stati rinnovati”. Quanto si guadagna? “Un migliaio di euro al mese per 26 ore a settimana, assunti da una cooperativa. Non molto, questo lavoro - scherza - è quasi una vocazione. Certo, non ci aspettavamo che sarebbe tutto finito in un batter d’occhio”.