di Dario Crippa
Il Giorno, 25 ottobre 2025
“Dovevamo esserci, per renderci conto di quello che tutti ci accomuna, il desiderio di riscatto e redenzione. Per troppi il carcere di Monza è un corpo estraneo e invece è un pezzo della città” commenta monsignor Marino Mosconi, arciprete di Monza. Nell’anno del Giubileo, e della Speranza, che è il motto di questa edizione, giovedì sera il Decanato di Monza ha organizzato una “camminata luminosa” coi lumini dalla chiesa di San Rocco alla casa circondariale di via Sanquirico. Un centinaio di persone ha percorso le strade che portano a un luogo spesso dimenticato come la casa circondariale. E se alla serata non erano forse in tantissimi, c’erano presenze significative.
Come quell’arciprete, appunto. Ma anche del cappellano del carcere don Stefano Vimercati, e tante persone che sono vicine alla struttura, dal Garante dei diritti delle persone private della libertà, l’ex senatore Roberto Rampi, al consigliere comunale, impegnato da anni come educatore in progetti per i detenuti, Paolo Piffer, al collega Pier Franco Maffè. Un saluto è stato portato anche dal sindaco Paolo Pilotto.A portare la sua testimonianza nel piazzale del carcere anche un ex detenuto, uscito lo scorso luglio, di origine ebraica, che ha parlato soprattutto di “aspettative e di speranze dopo la detenzione”.
Il fil rouge della veglia missionaria scelto dal Decanato, che ha portato anche il suo coro giovanile a scandire riflessioni e preghiere. Il cappellano si è soffermato sulle condizioni difficili in un luogo dove si trovano a convivere circa 750 detenuti a fronte di 411 posti. E dove tra l’altro si è verificata proprio di recente la morte di un detenuto in circostanze su cui è stata aperta un’inchiesta.
E se il cappellano ha raccontato che molti dei detenuti erano informati della camminata ed erano vicini col pensiero a chi vi ha partecipato, l’arciprete ha ricordato: “È importante che le persone sappiano di questo posto, che è parte della nostra società. In carcere ci sono tanti detenuti di origine araba? Gesù parla a tutti, l’esperienza umana e il desiderio di speranza riguardano tutti. Gesù è morto per noi, ma questo non ci rende esclusivi”.











