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di Valentina Rigano

 

www.mbnews.it, 9 febbraio 2015

 

"Stavo percorrendo una strada sbagliata e mi sono trovato al capolinea, ora sono un uomo diverso, che cerca il riscatto". Inizia così il racconto, l'intervista a Orazio Pennisi, il 40enne di Muggiò che il 12 agosto 2011, al termine di una lite per un sorpasso, ha investito e trascinato sull'asfalto un libanese di 33 anni, mandandolo in coma. Oggi, giunto quasi al termine dei cinque anni di reclusione patteggiati con l'accusa di tentato omicidio, Orazio cerca la sua strada, dopo l'esperienza del carcere.

È stato un giovane dal temperamento fumantino che, raccontando la mancanza delle persone giuste vicino, si è perso. E dopo aver quasi tolto la vita ad una persona, sul finire della condanna prova a cambiare la sua vita. Dopo aver conosciuto il pentimento, il dolore di essere andato troppo oltre, Orazio tenta la via del riscatto, ma le porte per una nuova vita sono difficili da aprire.

 

Orazio, cosa ricorda di quel periodo?

"Sono sempre stato un taciturno, non mi curavo del mondo che mi circondava, e mi sono ritrovato in un guaio più grande di me - racconta. Era estate e dormivo sempre poco da tempo a causa dei turni. Ero concentrato sul lavoro, a causa del mio caratteraccio mi ero dedicato solo al lavoro perché non avevo relazioni. Stavo andando a fondo, lo sentivo, ma allo stesso tempo volevo che la mia vita cambiasse. Ci ho provato tante volte, ma ad ogni fallimento cadevo sempre più giù".

 

La mattina del 12 agosto 2011, cosa è successo?

"Stavo percorrendo la strada sbagliata e mi sono trovato al capolinea. La droga nella mia vita scorreva a fiumi, così come l'alcol - prosegue Orazio. Non facevo mai quella strada, cominciavo sempre presto al mattino, ma il caso volle che il giorno prima avevo fatto un viaggio di notte e quindi la mattina avevo iniziato più tardi e poi, l'ho combinata. Non mi sono neanche accorto di quello che stava succedendo. So solo che all'una di notte ero a San Vittore".

Nella dinamica ricostruita dagli inquirenti, Orazio ha litigato con un venditore di auto di lusso libanese per un sorpasso. Quando le due auto si sono fermate e il 33enne è sceso, Pennisi ha dichiarato di essersi spaventato all'idea di una colluttazione e di averlo investito per paura.

 

Da allora come è trascorsa la sua vita in carcere?

"I giorni e le notti passavano, non ci davo peso all'inizio. Poi sono trascorsi mesi e negli anni ho conosciuto altri detenuti, come ad esempio Renato Vallanzasca e Mario Maccione delle Bestie di Satana, che posso dire con onestà si è dimostrato pronto ad aiutare il prossimo. È stata certamente un'esperienza dura, che mi ha scavato e plasmato dentro senza che me ne rendessi conto. Alla fine di tutto posso dire che quello che è successo mi ha trasformato in un uomo diverso. Un ragazzo conosciuto dentro mi ha detto che "se Dio ci ha messo in quel posto di sofferenza non è sicuramente perché gli piaccia vedere i figli suoi che soffrono ma per proteggerli da cose più pericolose che potrebbero accadergli".

Ecco io la penso proprio così, ha voluto farmi conoscere la sofferenza per rendermi uomo migliore, più sensibile e consapevole".

Sono trascorsi quattro anni, la vittima di quella tragica giornata nel frattempo si è fortunatamente ripresa. Orazio intanto è uscito dal carcere, ed è in affidamento fino a fine pena. Il reinserimento però lo racconta difficile. "Quando entri in carcere le istituzioni si dimenticano di te. Il settore pubblico è un incubo, il reinserimento è pressoché una bufala - conclude Pennisi - sto davvero faticando per ottenere un briciolino di aiuto e dignità. È difficile capire come funzionano le cooperative, a chi rivolgersi e come tirarsi in piedi. Io ci credo, ci sto provando nonostante le porte chiuse in faccia, se qualcuno mi vuole dare una mano, sono qui".