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di Zita Dazzi

La Repubblica, 2 luglio 2024

Morgan in arte si chiama Yambo e il suo primo brano musicale pubblicato dalla Kairos Music è intitolato “Euro”. Un rap che parla delle difficoltà economiche di una famiglia, dove un ragazzo commette qualche reato per aiutare la madre senza soldi. Praticamente la storia della sua giovane vita, nemmeno 20 anni, e già passata attraverso le sbarre del carcere minorile Beccaria di Milano.

Morgan possiamo parlare di te, di come sei finito dentro?

“Mio padre è morto quando ero piccolo, sono rimasto solo con mia madre, a Bergamo. Mi hanno preso perché avevo commesso qualche piccolo reato legato al patrimonio, furti, rapinette. Ho fatto quattro mesi a Casal del Marmo, il minorile di Roma, poi sono arrivato al Beccaria”.

Come è stata la tua esperienza? Ti aspettavi di finire in prigione?

“No, inizialmente no, anche perché diciamo che io prima ero finito in comunità per una rapina, poi in carcere perché mi avevano preso in flagrante. Sono andato in “aggravamento”, perché ero scappato e quindi sono finito dentro. Il magistrato ha deciso per la custodia cautelare, insomma”.

Adesso vivi in comunità Kairos da don Claudio Burgio, che è cappellano del Beccaria, ma che da vent’anni si occupa di giovani che hanno questi problemi. Da lui stai imparando un mestiere, hai scoperto la musica che serve anche a raccontare la tua vita...

“Sto ricominciando a vivere, diciamo, dopo il carcere che è un’esperienza tremenda, davvero molto brutta”.

Che cosa ti ricordi di brutto della prigione?

“La solitudine, il rapporto con le guardie, ma poi soprattutto il fatto di sentirsi come un animale. Cioè di non avere nemmeno più la libertà di andare in bagno senza che qualcuno ti controlli. Ci sono gli spioncini anche in bagno, ti senti sempre spiato”.

Ci sono inchieste della magistratura in corso sulle violenze al Beccaria. Tu ne hai subite?

“Per fortuna non da parte delle guardie, ma in carcere la violenza non è solo quella fisica. C’è il tema del rispetto, la cosa più difficile da raggiungere. Il clima in carcere è sempre di violenza e di sopraffazione, non ti puoi sottrarre e questo trasforma in peggio le persone. Quando sei per strada, o comunque quando sbagli nella vita, arrivi in carcere e sicuramente non migliori perché ti ritrovi a vedere solo violenza fisica o psicologica, anche da parte dei compagni di detenzione”.

Che cosa pensavi quando eri in cella?

“Stavo male per la sensazione di abbandono, di rabbia, di impotenza, star dentro ti fa sentire ancora più emarginato di quando stavi fuori ed eri libero di fare quello che volevi anche se non avevi niente. La galera è un contesto in cui tutti, dalla guardia al detenuto, applicano la regola che vince solo il più forte. Non ci sono vie di mezzo”.

Hai avuto paura che ti succedesse qualcosa quando eri dentro?

“Certo, sempre. Sono cresciuto in carcere sapendo che è tutta una questione di paura. E chi comanda fa violenza agli altri per restare capo e per essere rispettato. Fanno paura, per avere il rispetto e la paura degli altri”.

Ma le guardie che atteggiamento hanno avuto con te?

“Qualcuno ha mostrato anche attenzione alla mia situazione: ci sono guardie e anche detenuti che cercano di dare una mano, quando vedono che uno sta male. Ma non tutte le guardie hanno rispetto dei ragazzi, quelli che stanno male per essere chiusi e per sentirsi la feccia dell’umanità. Questo alimenta pensieri negativi. Poi mettici anche che spesso il carcere non è un posto bello. Mi ricordo la prima notte, in isolamento: c’erano le infiltrazioni e continuava a piovere dal soffitto, faceva un freddo cane. Non ho dormito perché non avevo la coperta, e nemmeno un cuscino. Le finestre non si chiudevano e io stavo da solo al gelo. Ma poi tutto è stato brutto, non si faceva che guardare la televisione e annoiarsi e sentirsi solo, disfatto, inutile”.

E adesso?

“In carcere ho finito la scuola superiore, poi mi ha preso don Claudio e sto lavorando come barista, oltre a fare la mia musica, è uscito il mio primo brano. Sono contento. La mia vita è cambiata realmente quando ho trovato delle persone che hanno creduto in me. Questo mi ha salvato la vita, sono già passati due anni dalla mia ultima carcerazione ed è iniziata una nuova vita. Mia mamma è sempre stata al mio fianco, so che lei in me ci crede e mi ama. Questa è l’unica cosa che riesce a cambiare uno che ha fatto uno sbaglio, come me”.