di Marco Inghilleri
facebook.com, 30 settembre 2025
La politica estera non si misura soltanto nelle cancellerie, ma nei modi in cui viene raccontata, interpretata, metabolizzata dall’opinione pubblica. La vicenda della Flotilla lo dimostra in modo esemplare. Giorgia Meloni, anticipando possibili sviluppi tragici, costruisce una narrazione che serve a deresponsabilizzarla: se Netanyahu dovesse ordinare l’uccisione degli attivisti italiani, lei potrebbe giustificare l’assenza di una crisi diplomatica con Israele accusando le vittime stesse di imprudenza.
Questa strategia manipolativa si articola in tre passaggi prevedibili. Primo: la delegittimazione preventiva, affidata ai giornalisti amici del governo israeliano, i quali descrivono gli attivisti come pazzi o burattini di Hamas. Secondo: la tragedia annunciata, ovvero la morte degli italiani, che diventa coerente con la narrazione precedente. Terzo: la ricomposizione propagandistica, in cui Meloni ribadisce l’alleanza con Netanyahu, addossando la colpa ai morti stessi. In questo schema, ciò che conta non è la verità dei fatti, ma la loro interpretazione (Chomsky, 1997).
Il punto centrale non riguarda solo la politica estera, ma la forma del potere. Come ha scritto Byung-Chul Han, non viviamo più nell’era della biopolitica foucaultiana, in cui il potere disciplinava i corpi, bensì in quella della psicopolitica: il potere oggi non costringe, ma seduce; non reprime, ma plasma le menti, rendendo ciascun individuo complice del sistema (Han, 2014). È un potere che produce consenso senza apparire autoritario, proprio perché agisce dall’interno della soggettività.
Applicando questo paradigma, la strategia di Meloni diventa leggibile come un’operazione psicopolitica: non è soltanto una questione di equilibri geopolitici, ma di ingegneria del consenso. Gli attivisti, rappresentati come “folli” o “collusi”, non sono più cittadini italiani da difendere, ma figure simboliche da sacrificare per consolidare una narrazione nazionale funzionale all’alleanza con Israele. La loro sorte concreta - la vita o la morte - passa in secondo piano rispetto all’utilità della loro immagine per la costruzione del discorso politico (Debord, 1967). Il nodo, allora, non è chiedersi soltanto “moriranno gli italiani?”, ma “che cosa ci stanno facendo pensare e sentire della loro morte?”. Qui si gioca la battaglia decisiva: quella per la coscienza collettiva, che rischia di essere addomesticata dalla seduzione psicopolitica.
Bibliografia essenziale
Chomsky, N. (1997). Il potere dei media. Milano: Tropea.
Debord, G. (1967). La società dello spettacolo. Parigi: Buchet-Chastel.
Foucault, M. (1976). La volontà di sapere. Milano: Feltrinelli.
Han, B.-C. (2014). Psicopolitica. Il neoliberismo e le nuove tecniche del potere. Roma: Nottetempo.
Orsini, A. (2023). Gaza Meloni. Politica estera e complicità nel genocidio. Roma: Feltrinelli.










