di Marika La Pietra*
unosguardoalcielo.com, 4 giugno 2026
Le recenti dimissioni e le conseguenti rinunce ai mandati difensivi da parte dell’Avvocato Michele Passione, da decenni sponda legale dell’Ufficio del Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale (Gnpl), aprono un dibattito tecnico e deontologico di primaria importanza sul ruolo attualmente svolto dall’Authority. L’intervista analizza i punti critici di una trasformazione istituzionale che rischia di minare la terzietà dell’Autorità rispetto al potere politico, finanche rinunciando alle principali attività svolte dall’Ufficio a partire dalla sua istituzione.
Cercheremo di comprendere assieme il passaggio dalla concezione del ruolo come “funzione pubblica” a quella di un potere legato alla maggioranza politica, le ragioni del ritardo nella relazione annuale al Parlamento e la mancata partecipazione del Garante a incidenti probatori in processi di rilievo, come quelli relativi ai fatti del carcere minorile Beccaria.
Una riflessione sul superamento dell’endemica violenza degli istituti di pena che rischia di dimenticare anche di dare voce ai diritti fondamentali della persona in stato di reclusione in un contesto ormai segnato da numeri record di suicidi e procedimenti per tortura e in cui l’indipendenza del Garante dovrebbe rappresentare l’ultimo argine contro la morte civile e la lesione della dignità umana.
Morire di carcere e il silenzio dell’Ufficio del Garante
Quando un detenuto muore o altri suoi diritti fondamentali vengono lesi, minati o messi in pericolo, il Garante deve utilizzare la sua voce per farne denuncia. Se l’Authority resta in silenzio, i diritti delle persone private della libertà tornano ad essere una pratica burocratica da archiviare.
Incontriamo oggi l’Avvocato Michele Passione, storico legale del Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale (GNPL). Professionista stimato per il suo impegno decennale nella tutela dei diritti fondamentali, l’Avvocato Passione ha recentemente rassegnato le proprie dimissioni, rinunciando ai mandati difensivi nei più delicati processi per tortura e maltrattamenti in Italia. Una scelta sofferta, dettata da una divergenza profonda con l’attuale vertice dell’Authority, che apre una riflessione urgente sull’indipendenza delle istituzioni di garanzia. Prima di addentrarci nell’intervista, è necessario chiarire quale sia la funzione del Garante Nazionale (GNPL). Istituito per monitorare i luoghi in cui la libertà è limitata - carceri, CPR, REMS, TSO - il Garante non è un semplice ufficio ispettivo, ma l’organo che incarna il dovere dello Stato di non dimenticare i corpi reclusi, di cui ha stretta responsabilità.
Il Garante interviene laddove la vita è più fragile: monitora i decessi per suicidio - una piaga che conta numeri record - le morti per assistenza sanitaria negata e i casi di violenza istituzionale…
In un sistema costituzionale, lo Stato ha il monopolio della forza ma non il diritto sulla vita o sulla disperazione dei reclusi. Quando un detenuto muore, o quando la sua dignità viene annichilita dalla tortura, che è una forma di morte civile, il Garante è l’unico soggetto che può e deve trasformare quel silenzio in una denuncia pubblica. Se il Garante smette di essere percepito come un organismo indipendente e “terzo” rispetto al potere politico, il rischio è che la morte in carcere torni a essere un fatto privato, un lutto senza giustizia, una pratica burocratica da archiviare.
Avvocato, la segnalazione del Presidente Turrini Vita al Consiglio di Disciplina è stata interpretata da molti come un tentativo di ‘censura postuma’. Secondo lei, perché il vertice del Garante ha considerato la trasparenza sulle sue dimissioni come un illecito anziché come un atto di doverosa informazione pubblica? Cosa dice questo del modo in cui oggi viene intesa la critica interna all’istituzione?
Intanto grazie per l’invito e per l’occasione che mi offre di tornare su un argomento che credo debba interessare coloro i quali hanno a cuore i diritti, la democrazia e la trasparenza. A distanza di ormai molti mesi da quando ho deciso di rimettere i mandati difensivi conferitimi dal Garante Nazionale, nella precedente e nell’attuale composizione collegiale, possiamo tentare di comprendere le ragioni più profonde che condizionano l’incedere dell’Autorità di garanzia di cui discutiamo, così preziosa, e dunque da salvaguardare. Partiamo dalla coda, visto che Lei mi chiede dell’esposto presentato nei miei confronti dal Presidente Turrini Vita; non credo sia utile, né interessante per chi legge, ripercorrere la desolante vicenda che mi ha interessato, il cui epilogo disciplinare, l’archiviazione de plano, era scontato. Vale invece la pena ribadire che una decisione (la mia) si può discutere, criticare, contrastare dialetticamente, ma non può, e non deve (o almeno, non dovrebbe) trasformarsi in quella che Lei ha definito “censura postuma”. Io non ho mai preso ordini da nessuno, neanche in questo caso, e del resto non di questo ho parlato quando ho spiegato (dopo averlo fatto al Collegio) le ragioni per cui avevo deciso di lasciare, perché altrimenti avrei dismesso i mandati immediatamente. Non di ordini si è trattato, quanto di un cambio radicale di impostazione politica data all’Ufficio quando vi è stato l’avvicendamento, ed io ho provato in tutti i modi di rappresentare le azioni ed omissioni che mi parevano (e mi paiono) in contrasto con i compiti assegnati al Garante Nazionale. Credo si possa dire che le critiche non siano bene accette da quelle parti, e provo a fornire un esempio recente: lo scorso 19 gennaio è stato presentato a Roma il volume Caro Parlamento, scritto da Mauro Palma, Daniela de Robert ed Emilia Rossi, sintesi mirabile di otto anni di messaggi alle Camere durante lo svolgimento del loro mandato, ed in sala era presente il Dott. Riccardo Turrini Vita. Al termine dell’intervento del Prof. Marco Ruotolo, autore della prefazione del libro, subito dopo aver udito le sue ferme (ma pacate) considerazioni in ordine agli adempimenti cui il Garante è tenuto (in primis, la relazione annuale al Parlamento), il Presidente ha lasciato la sala, senza neanche ascoltare l’intervento di chi lo aveva preceduto nel suo incarico, onorando quella preziosissima carica, che andrebbe intesa come funzione pubblica, non come un potere. In questo senso si declina il potere di visita (senza necessità di autorizzazione) ai luoghi di privazione della libertà personale, che si lega al compito di fornire pareri obbligatori, ma non vincolanti, sulle proposte di legge che interessino l’ambito di intervento del Garante.
L’Unione delle Camere Penali le ha espresso una solidarietà netta, parlando di rischio di ‘derive ideologiche’. Quale dovrebbe essere, oggi, il confine invalicabile tra la legittima linea politica di un Garante nominato dal Governo e la missione di controllo indipendente che la legge gli assegna? La funzione è più a rischio di ieri?
Penso di dover fare una precisazione, che si misura anche con quel che ho avuto modo di constatare nel non breve periodo nel quale ho continuato a lavorare per il GNPL con il nuovo Collegio. Lei parla di linea politica di un Garante nominato dal Governo, e io stesso in precedenza ho fatto riferimento all’impostazione politica; politica è una parola che a me piace, ma occorre intendersi sul senso che le assegniamo e sul contesto nel quale questa viene in gioco. E’ evidente come un’Autorità di garanzia (pur formalmente nominata dal Presidente della Repubblica) sia distinta, ma non distante, dai tre poteri dello Stato, collaborando lealmente con ciascuno di essi a che i diversi compiti loro assegnati possano svolgersi nel migliore dei modi per ciò che attiene al perimetro di azione di interesse comune. Ho già detto dei poteri, lato sensu intesi, ma vorrei ribadire che al GNPL spetta il compito di raccogliere voci e suggerimenti, prevenire ostacoli alla promozione dei diritti, vivificarli, renderli effettivi. E’, questa, una funzione che lo stesso Prof. Ruotolo ha definito di “diritto costituzionale relazionale”, che credo renda bene l’idea. Quanto alla composizione del Collegio (la designazione proviene dal Consiglio dei Ministri, sentite le Commissioni parlamentari competenti), credo che più che una diversa procedura di nomina dovrebbe rafforzarsi l’accountability, che sempre è doverosa quando si ricopre un ruolo pubblico, purché la si intenda nella sua accezione nobile del dare conto, e non del rispondere a un padrone. Responsabilizzare chi riveste un compito così delicato non è condizionare il suo ruolo, ma piuttosto restituire il senso di un dovere civico. Non esistono funzioni pubbliche senza responsabilità. Nessuno può peraltro realmente pensare che sia possibile che chi viene nominato da una maggioranza non esprima valori da questa condivisi, ma come accade in altri contesti istituzionali dovrebbe far premio l’autorevolezza e l’esperienza, e soprattutto l’indipendenza, capaci di fornire al Collegio una voce unita e plurale, che mai si intenda come legata a chi ha sostenuto la designazione. Nel caso che ci occupa, invece, si stenta a individuare ciò che ho appena indicato, una linea di condotta che, pur accompagnata da inevitabili differenze di sensibilità, sia capace di mostrarsi nella sua unità. Di più, si è invece assistito ad aperte rivendicazioni di vicinanza all’area politica che ha promosso la nomina, e piuttosto che far emergere il proprio profilo culturale si è prediletta la voce singola, che sottrae autorevolezza all’Istituzione.
Avvocato, Lei ha dichiarato di aver inviato per mesi report e memorie processuali senza ricevere alcuna risposta dal nuovo Collegio. C’è stato un momento preciso, un singolo episodio o un documento specifico, in cui ha capito che il filo del dialogo con il Garante Nazionale si era definitivamente spezzato?
Più che un momento, c’è stato un crescendo; come ho già avuto modo di dire. Direi che non vi è stata possibilità di condivisione, sia per ciò che riguardava i processi in corso (dei quali sembrava non importasse nulla, malgrado gli aggiornamenti che inviavo), sia per ciò che concerne(va) quelli a venire. Ho anche fatto presente divergenze che per me erano significative su non pochi interventi normativi che si sono succeduti nel tempo, rispetto ai quali sia l’Ufficio che chi scrive (naturalmente a titolo personale) siamo stati auditi nelle competenti Commissioni ministeriali. Quest’ultimo è ovviamente un aspetto che riguarda solo me stesso, e legittimamente quell’Ufficio ha rappresentato la sua posizione, ma diciamo che per me era sempre più difficile sostenere (in aula di udienza e fuori) una linea che il Garante sembrava non condividere. A ciò si aggiungono le omissioni, delle quali ho già detto; su tutte, la relazione al Parlamento, ma anche le visite (vere, approfondite, a sorpresa) nei luoghi di privazione della libertà personale, il venir meno di uno sguardo profondo, soprattutto per ciò che riguarda la salute e i migranti. Non basta dare i numeri, e comunque anche quelli sono da maneggiare con cura, come si è ben capito la scorsa estate, quando il Garante si è affrettato a smentire quel che aveva scritto in precedenza, a seguito di una nota di Agenzia, ricollocandosi “in linea con quanto rilevato dal Ministero della Giustizia”.
Rassegnando le dimissioni dal suo storico incarico di legale del Garante Nazionale, ha rimesso il mandato in tutti i procedimenti penali in cui l’ente si era costituito parte civile. Tra questi figurano processi di grande rilievo in cui i capi di imputazione riguardano maltrattamenti e torture commessi ai danni delle persone detenute, come quelli relativi ai fatti di Santa Maria Capua Vetere, San Gimignano, Reggio Emilia, Verona, Firenze-Sollicciano. C’è il richio che le vittime di tortura in carcere possano restare senza giustizia. Qual è il rischio concreto che vede per questi processi ora che il Garante ha perso i suoi legali storici? Teme un indebolimento della parte civile o un cambio di linea difensiva?
Per ciò che riguarda i processi in corso non so dirle molto; io ho terminato il mio lavoro con due conferme di condanna per tortura (quale fattispecie autonoma) nei processi per quanto avvenuto a San Gimignano, e anche a Firenze di recente la Corte di Appello ha riformato la sentenza di primo grado, che aveva derubricato i gravissimi episodi commessi nel carcere di Sollicciano. A Verona è subentrato un bravissimo Collega, e il processo è ancora in corso, mentre nel processo bis a Reggio Emilia (dove pure nel filone principale il Gip aveva derubricato l’ipotesi contestata di tortura) il Garante non è costituito (io sono intervenuto per l’Associazione Yairaiha). Per quanto ne so, anche a SMCV il Garante non è presente nel processo bis (che riguarda il Gruppo esterno al carcere sammaritano), e così a Foggia, mentre per i terribili fatti del carcere minorile Beccaria di Milano non ha partecipato all’incidente probatorio, come invece si faceva in precedenza (all’incombente partecipa l’Associazione Antigone, che mentre scriviamo ha appena pubblicato il suo rapporto sulla giustizia minorile in Italia). Non mi permetto di sindacare l’operato di chi è intervenuto (e auspicabilmente interverrà) dopo di me, e del resto io stesso avevo sollecitato una maggior ventilazione degli incarichi, ma certo le premesse di cui sopra non autorizzano a ritenere che la presenza processuale del Garante in queste vicende (dove bisogna stare) sarà particolarmente diffusa e seguita.
Tutti questi processi, che almeno per contestazioni della procura, sono simili tra loro, lasciano trasparire un’endemica violenza degli istituti di pena. Eppure, non v’è alcuna ipotesi di superamento del sistema penitenziario. utopia o progetto possibile?
L’ultima domanda che Lei mi pone è particolarmente importante; nei processi bisogna starci, ma il processo non è uno strumento di lotta; serve ad accertare se un fatto è avvenuto, chi l’abbia eventualmente commesso, in quale forma, ed eventualmente quale sanzione meriti per questo, auspicabilmente capace di restituire all’imputato il senso del disvalore del suo agito, senza che sia draconiana. E tuttavia i processi, questi processi, dicono molto di un mondo chiuso su se stesso, dove le regole contano poco, e dove molto spesso manca negli operatori/imputati la consapevolezza del delicatissimo compito loro affidato, restituire alla Società persone migliori. Se il carcere non si apre all’esterno, misurandosi con sguardi plurali e bisogni collettivi, se si distanzia dai doveri scolpiti negli artt. 2 e 3/2 Cost. (la concreta utopia di cui parlava Lelio Basso, quel programma d’azione incompiuto eternamente polemico con la realtà, qualcosa di più dell’eterno cammino - pure importante - di cui ci ha detto Eduardo Galeano), le cose non cambieranno mai. Mi piace piuttosto pensare all’assunzione di responsabilità su un obiettivo aperto, al non accettare le cose come stanno, che vada oltre nozioni difensive e negative, di cui ha scritto Riccardo Petrella nel suo La forza dell’utopia.










