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di Carlo Bonini, Giuliano Foschini, Fabio Tonacci

La Repubblica, 27 novembre 2022

Il 2022 segna il macabro record dei suicidi dietro le sbarre. Cronaca di una strage nell’indifferenza del Paese. In Italia, quest’anno, settantanove persone sono morte di carcere. Sotto i nostri occhi. Nelle nostre mani. Perché quelle settantanove persone - un condominio intero, due autobus, venti autovetture cariche di uomini e donne - si sono tolte la vita mentre erano nella custodia e sotto la responsabilità dello Stato.

In una cella di un penitenziario ligure o siciliano, in Lombardia come in Puglia: detenuti che si sono impiccati con i lacci delle scarpe, si sono soffocati con buste di plastica, si sono avvelenati con il gas dei fornelli per cucinare.

Il 2022 è l’annus horribilis delle prigioni italiane: mai tanti suicidi, un record assoluto. Ma è una strage che non fa rumore, che non trova spazio nei titoli dei telegiornali, non diventa virale sui siti. E che, nei numeri, testimonia un fallimento. Il tasso di suicidi dietro le sbarre è 18 volte superiore a quello del mondo dei liberi. Cifre che sorprendono persino chi di reclusione, pene, condannati e percorsi di reinserimento in società si occupa tutti i giorni.

Nel 2011 i suicidi furono 66. In quell’occasione si disse che non bastava sorvegliare i detenuti: era necessario intervenire sulle cause. Il Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria (Dap) il 25 novembre di quell’anno emanò una circolare che istituiva per la prima volta gruppi di lavoro composti anche da medici e psicologi per stilare programmi di prevenzione del rischio suicidario. Qualcosa migliorò. Qualcosa. Ma ancora troppo poco.

Nel 2013 si contarono 40 suicidi. Abbastanza per convincere la Corte europea dei diritti dell’uomo a condannare l’Italia per trattamenti inumani e degradanti nelle sue galere. Il caso all’origine della pronuncia, quello di sette detenuti che negli istituti di Busto Arsizio e Piacenza vivevano con meno di quattro metri quadrati a disposizione, era il simbolo di un sistema penitenziario costruito su un circuito di case circondariali, dove finisce chi compie reati con pena inferiore ai cinque anni, e case di reclusione. Dopo la sentenza Torreggiani l’indice di affollamento nel 2014 passò dai 66 mila ai 58 mila detenuti.

Ci si convinse che il problema fosse quello lì: il sovraffollamento. E invece no, non esisteva una correlazione così diretta. Il sovraffollamento, come avrebbe dimostrato il tempo, certamente incideva, ma non era e non è decisivo. Prendiamo gli ultimi quattro anni. La popolazione carceraria decresce, i suicidi aumentano. Nel 2019 a fronte di una media annuale di 60.522 detenuti, i suicidi sono 54. Nel 2020, a fronte di 53.579 detenuti sono 62. Nel 2021 se ne contano 58. Poi, il 2022. Al 27 novembre siamo già a settantanove suicidi e 1.639 tentativi di suicidio su 54.841 carcerati. Un dato peggiore persino di quello registrato nel 2009, quando si tolsero la vita in 72 e i giornali, pochi, scrissero che era stato raggiunto un non invidiabile record storico.

L’ingresso, il momento più delicato - Affrontare il fenomeno affidandosi ai numeri e alla loro curva nel tempo ha il pregio della documentazione inoppugnabile, ma lo svantaggio della spersonalizzazione. Rende gli esseri umani addendi e percentuali di una tabella. Un po’ come in guerra, con la contabilità delle perdite al fronte. E tuttavia, i dati aiutano a identificare il punto debole del sistema, lì dove le fragilità dell’essere umano si trasformano nell’atto di autolesionismo definitivo.

“Tre persone si sono suicidate entro le 24 ore dall’ingresso nell’istituto, tre si sono suicidate dopo due giorni, due dopo tre giorni, una dopo sei giorni…”. Mauro Palma, scrupoloso Garante dei detenuti, non ha più nemmeno bisogno di controllare le cartelle nel suo pc. Sgrana il rosario a memoria. “E non stiamo parlando di condannati in via definitiva, ma di chi era in attesa del giudizio di primo grado. Come si fa ancora a sostenere che la colpa sia del sovraffollamento?”.

La burocrazia ha dato un nome a chi arriva dal mondo dei liberi: nuovi giunti. Le carceri hanno dei reparti a loro dedicati, sono camere di compensazione psicologica per attenuare l’impatto della reclusione. Di solito i nuovi giunti vi restano per tre giorni: vengono sottoposti a visita medica, hanno il colloquio con lo psicologo e incontrano i mediatori, prima di essere trasferiti nei circuiti carcerari. Che sono quattro: la “media sicurezza” per i reati comuni, lo spazio più promiscuo e il meno controllato; l’ “alta sicurezza”; il “reparto protetti” (per chi ha compiuto reati efferati o infamanti); il “41 bis” per i mafiosi.

Scartabellando però tra le statistiche che descrivono e definiscono l’attuale popolazione carceraria, Palma nota qualcosa di strano. O meglio, qualcosa che in un sistema virtuoso non dovrebbe esistere. “Ci sono 1.492 persone in carcere per reati che hanno una pena inferiore a un anno, altre 2.595 con pene da uno a due anni, 4.079 con pene da due a tre anni. Potrebbero beneficiare dell’affidamento in prova ai servizi sociali, come prevede la legge, ma trattandosi di senza fissa dimora, stranieri, indigenti, non possono pagare un legale né vengono informati dei propri diritti”. Ottomila detenuti che sarebbero fuori, se solo avessero uno straccio di avvocato.

Alessandro Gaffoglio, storia di una notte di Ferragosto

Di Alessandro avevano detto: “Sta bene, è stato soltanto un attimo”. E un attimo è stato, ma bene non stava affatto. Quando le guardie penitenziarie lo hanno trovato morto, Alessandro era nascosto sotto le coperte, come un bambino, forse per non farsi riprendere dalle telecamere di sorveglianza. Aveva una busta di nylon stretta intorno al collo, che gli copriva naso, bocca e quei lunghi capelli neri a cespuglio che gli incorniciavano la testa per ricordare a tutti che, certo, era di Torino ma arrivava dal Brasile. È morto così, nella notte di Ferragosto, quella che i ragazzi della sua età, Alessandro aveva appena 24 anni, avrebbero il diritto di passare su una spiaggia, sotto il cielo di una montagna, insomma in un posto senza un tetto sulla testa, possibilmente con un po’ di musica nelle orecchie.

Alessandro era finito per la prima volta in un carcere, a Torino, la città della sua seconda vita, quella fortunata. Era arrivato dal Brasile a otto anni, adottato da una coppia piemontese. Aveva trovato tutto ciò che non gli era stato dato. E tuttavia le strade hanno la capacità di complicarsi, in alcune esistenze. Dopo l’infanzia disperata dall’altra parte del mondo aveva conosciuto un’adolescenza difficile in Piemonte. Quella rabbia che alle volte prende lo spazio della felicità. Alcuni disturbi di comportamento, le droghe come causa o, forse, conseguenza. Era arrivato così a 24 anni, Alessandro, mentre studiava e lavorava come garzone in un negozio take away. Il 2 agosto scorso era stato arrestato con un coltello in mano mentre tentava di rapinare un supermercato. Era il secondo. Il primo colpo gli era già riuscito. Cercava soldi per comprare stupefacenti.

Una volante lo aveva accompagnato al Lorusso e Cotugno, la prigione della città. Nonostante l’incontro coi mediatori, l’impatto con la sezione dei “nuovi giunti” era stato pessimo. Alessandro aveva subito pensato che poteva bastare così, ma dopo il tentato suicidio nessuno aveva avvisato né i suoi genitori né il suo legale. Lo avevano portato nell’infermeria, coi pazienti psichiatrici. Da qui, dopo un consulto con i medici, era stato trasferito nel reparto “Sestantino”, fatto di celle singole dove viene messo chi dev’essere monitorato 24 ore su 24.

Le telecamere interne erano accese, gli agenti penitenziari tutto sommato erano tranquilli. E invece Alessandro aveva preso quella busta di nylon e infilato i suoi riccioli neri sotto le coperte. Suicida numero 51. Il giorno dopo avrebbe dovuto incontrare suo padre al colloquio. La procura di Torino, per verificare se ci siano state negligenze da parte del personale e degli operatori, ha aperto un fascicolo d’inchiesta per omicidio colposo.

I danni collaterali del Covid: mancano educatori e mediatori

“Mancano gli educatori”, sostiene il Garante Mauro Palma. “Ce ne sono 700 sui 900 previsti dalle piante organiche ministeriali e visitano meno di quanto dovrebbero le sezioni: oberati come sono di lavoro, per lo più impiegano il tempo a stilare le relazioni personali per i magistrati di sorveglianza che devono decidere se concedere o meno qualche beneficio. Per colpa della pandemia del Covid, inoltre, la rete di assistenza dei mediatori e dei volontari non è ancora tornata pienamente in funzione”. Tocca dunque ai poliziotti della Penitenziaria supplire alla mancanza e fungere, insieme, da psicologi, mediatori culturali, interpreti. Senza averne i titoli e le competenze. 

L’impatto col mondo dei reclusi era il momento più delicato anche prima del Covid. Lo documentò Luigi Manconi una decina di anni fa con un paio di ricerche universitarie condotte insieme col professor Giovanni Torrente. “Oggi come allora rimane uno dei fattori principali del disagio”, spiega Manconi. “Il carcere rappresenta quello che i cartografi definivano terra incognita, universo sconosciuto di cui il detenuto, spesso, ignora tutto. Il linguaggio, in primis: un lessico tutto interno al sistema, che priva il detenuto della lingua che potrebbe aiutarlo ad adattarsi. Ignora poi le gerarchie interne, quelle formali e quelle informali”. Informali come possono essere i rapporti di forza che si instaurano tra gruppi di detenuti, dove contano l’anzianità della reclusione, il prestigio criminale, i legami per ragioni di comunanza di provenienza e di attività illecita. “Chi entra ignora le regole che sono numerose e minuziose, definite dai regolamenti e dalle consuetudini. Ignora anche i propri diritti, così nell’arco di poche ore va incontro all’impatto con un universo che oltre ad essere sconosciuto diventa ostile”.

Raccontano che quando hanno visto arrivare il signor Alberto al carcere di Marassi un vecchio secondino lo abbia riconosciuto all’istante, anche se era trasfigurato nel viso, cambiato nei movimenti, alterato nella voce. Ma gli occhi celesti, no, quelli erano sempre gli stessi. Indimenticabili.

Alberto Moretti è stato per decenni uno dei signori della movida genovese. Non c’era discoteca dove non avesse piazzato un biglietto per un cocktail, una prevendita, e dove non avesse reclutato almeno una volta una barista, un buttafuori, una ragazza immagine. Alberto non aveva fatto una buona fine. Era lì alle porte del carcere di Genova perché aveva provato a uccidere sua moglie, colpendola alla testa con una chiave inglese mentre dormiva. Era una notte di metà giugno. L’hanno ammanettato e rinchiuso a Marassi.

“Qualcuno lo ha riconosciuto dagli occhi, è vero, ma quello che è arrivato non era un uomo. Era un animale imbizzarrito”, ricordano gli agenti penitenziari. Dicono che fosse fuori di sé, ma lo psichiatra che 24 ore dopo lo visitò escluse potesse avere intenti suicidi. In realtà il medico sottovalutò (“perché nessuno me lo ha detto, tantomeno lui”, si è difeso in seguito) un particolare non di poco conto: qualche mese prima Alberto aveva provato a togliersi la vita ingerendo una massiccia dose di psicofarmaci. L’avevano ripreso in tempo, grazie all’intervento dei medici del Pronto soccorso. Ma il carcere è diverso: dopo cinque giorni passati in isolamento, era stato trasferito in una cella videosorvegliata. Aveva più di 70 anni. Nei giorni a Marassi aveva dato segnali inequivocabili della sua fragilissima tenuta psichica, tanto da spingere la Procura genovese a chiedere una perizia psichiatrica per valutarne la capacità di intendere e volere. Era attesa per il primo luglio 2022, il giorno dopo.

Il 30 giugno, una notte di estate tra il giovedì e il venerdì, quelle notti in cui i locali da ballo rimettono in pista le bottiglie scadenti di vodka per prepararsi al weekend, Alberto ha deciso che poteva bastare così. Suicida numero 33.

Sulla morte di Alberto Moretti è stata aperta un’inchiesta che non ha portato a niente. La procura di Genova, che aveva dubbi sull’opportunità di tenere recluso un uomo della sua età, e con le sue patologie, ha chiesto l’archiviazione. “Non doveva stare in carcere”, ribadisce Michele Lorenzo, segretario per la Liguria del Sindacato autonomo polizia penitenziaria. “Avrebbe dovuto essere destinato a una Rems, le strutture sanitarie adatte per chi ha disturbi mentali. Sarebbe ancora vivo”.

Lessico e sbarre - Le carceri italiane hanno gli abitanti di Cuneo e la varietà di Baranzate, il comune più multietnico del nostro Paese con le sue 76 nazionalità. Ancora un po’ dati, necessari a capire: dei 56 mila detenuti attuali, distribuiti nei 192 istituti penitenziari che punteggiano la penisola, 38.531 hanno il passaporto italiano (il 68,3 per cento), 2.710 sono comunitari (il 4,8 per cento), 15.172 sono extracomunitari (il 26,9 per cento). Ebbene, dei 579 suicidi registrati negli ultimi dieci anni, 234 erano stranieri (36 marocchini, 33 romeni, 32 tunisini, 14 albanesi), 344 erano italiani. E la stragrande maggioranza degli episodi di autolesionismo è avvenuta nel circuito di Media sicurezza (497), lo spazio della socialità, dove i reclusi vivono in comune. E dove il lessico cambia, si riduce a un diminutivo, talvolta un vezzeggiativo.

Ancora Luigi Manconi: “Chi entra scopre immediatamente quanto vi sia di insensato in carcere: dalle prescrizioni prive di motivazioni fino al linguaggio utilizzato. E’ come se il sistema penitenziario voglia produrre l’infantilizzazione del detenuto, la sua riduzione alla minore età, dunque alla minorità. Per fare una qualsiasi richiesta all’amministrazione, bisogna compilare un modulo universalmente chiamato ‘domandina’. Le ordinazioni del cibo sono gli ‘spesini’. I detenuti addetti alle pulizie gli ‘scopini’. Il compagno di cella si chiama concellino’ “.

Paura della libertà - Il fine pena può cogliere impreparati. Il pensiero del rientro nel mondo dei liberi per alcuni è un trauma insostenibile, perché in galera il libero arbitrio quasi si annulla, le mura di cinta limitano e comprimono ma, a lungo andare, proteggono. Lo raccontano le storie di quattro delle settantanove persone che si sono suicidate: sarebbero uscite entro l’anno. Altri sei avevano il fine pena nel 2023. A ottobre si è tolto la vita un uomo che di lì a nove giorni sarebbe tornato a casa.

Le linee guida del ministero della Giustizia prevedono percorsi di preparazione al reinserimento nella società, che evidentemente vanno migliorati. “La caratteristica del carcere è la sua immobilità”, ragiona Manconi. “Il passare delle ore segue una sequenza rigida, inamovibile. Si passa da una condizione eterodiretta come il sistema carcerario, che indica i percorsi da fare e gli orari da seguire, a una situazione dove è richiesta l’autodeterminazione delle proprie strategie di vita. Questa è la prima spiegazione. C’è qualcosa di più profondo, però: la vita carceraria si esaurisce in sé, non prevede l’altro, l’esterno, ciò che inizia fuori dalle mura non è immaginato. Ci sono detenuti che dopo una lunga degenza hanno rapporti familiari ridotti al minimo o del tutto esauriti. Quando si sta per uscire, quindi, ci si rende conto che la vita esterna al carcere è una vita non vita, priva di interesse e attrazione e relazione”.

Le morti sospette: il caso Fruttaldo - Quando si è dentro non si muore solo per autonoma scelta. Alla statistica aggiornata dei suicidi si aggiungono 81 decessi naturali, 3 decessi accidentali e 27 casi da accertare. Quest’ultimo dato va approfondito. Sotto tale dicitura sono registrate le situazioni in cui il detenuto viene ritrovato senza vita con un sacchetto in testa e la bombola del gas per cucinare in mano o vicino alla bocca. “Succede spesso, e non si capisce se il gas è usato per drogarsi, potenziando l’effetto col sacchetto, oppure se anch’essi sono suicidi”, spiega il Garante Mauro Palma. Sulla sua scrivania, però, c’è un faldone alto dieci dita che raccoglie le carte di una morte sospetta, anzi due morti sospette, su cui sta indagando la procura di Salerno. Si tratta del caso di Vittorio Fruttaldo, nato ad Aversa nel 1986, problemi di tossicodipendenza, rapinatore, condannato in via definitiva. E questa è la sua storia.

Il 10 maggio scorso si trova nella stanza numero 10 della sesta sezione (media sicurezza) del carcere di Fuorni, frazione di Salerno. Gli mancano meno di cinque mesi al fine pena. Poco dopo la mezzanotte litiga col suo “concellino” Costantino Fazio, un milanese di 45 anni. Si prendono a pugni. Gli agenti della penitenziaria entrano nella stanza, li dividono e li spediscono in infermeria. Fruttaldo ha un’escoriazione di tre centimetri, ma rifiuta ogni trattamento medico. Poche ore dopo, alle 11.50 della mattina, Fruttaldo muore. “Un infarto”, dicono. “Il detenuto al mio arrivo si trovava in posizione supina, non cosciente, in arresto cardiocircolatorio, polsi periferici assenti”, scrive sul referto il medico che ha provato a rianimarlo. L’amministrazione della casa circondariale di Fuorni inserisce l’evento nel sistema informatico del Dap solo cinque ore dopo, alle 16.43. 

Il giorno dopo, l’11 maggio, alle 12.41 nel sistema appare un’altra segnalazione, inspiegabilmente successiva. Si parla di una colluttazione. “Si rappresenta l’aggressione avvenuta nei confronti dell’assistente Nicola Notari, prognosi di giorni 21 con diagnosi di trauma cranico-facciale, e dell’agente Amodeo Pirozzi, prognosi di 10 giorni”. L’informativa, redatta “al fine di una esatta ricostruzione dei fatti”, spiega che Pirozzi e Notari erano entrati nella cella di Fruttaldo per recuperare alcuni oggetti personali di Fazio il quale, dopo il litigio, aveva cambiato stanza.

Al tempo imperfetto da verbale di questura, si riferisce: “Il personale entrato nella camera veniva aggredito da Fruttaldo con un coltello rudimentale. Il personale cercava di bloccare il detenuto con non poche difficoltà”. In una successiva integrazione specificano che Fruttaldo ha seguito in bagno l’agente Pirozzi “con atteggiamenti poco promettenti, perché impugna un oggetto di colore nero con l’estremità di colore lucido”. A quel punto l’agente Notari entra nella stanza cercando di bloccare il detenuto. Pirozzi perde l’equilibrio e cade nel box doccia, battendo la testa. “Subito dopo anche Fruttaldo cade e finisce sul corpo di Pirozzi”. La zuffa termina in qualche modo. “Il personale di polizia e Fruttaldo vengono inviati al nosocomio locale. Dove sono stati refertati come descritto in precedenza”.

La lettera di Fazio (suicida numero 76) - La versione non collima con quella contenuta nella prima delle segnalazioni, il pomeriggio del 10 maggio, da cui sembra capire che il medico in realtà era stato chiamato d’urgenza nella cella. Ma è soprattutto un altro elemento a rendere l’episodio più opaco ancora. Una lettera olografa, indirizzata al Garante dei detenuti. La scrive Fazio il 20 agosto, quando, trasferito da Fuorni, si trova nell’istituto a custodia attenuata di Eboli. Sono passati tre mesi dalla morte di Fruttaldo e lui si sente sufficientemente al sicuro per raccontare la propria verità. “A Fuorni è accaduto un evento drammatico di inaudita violenza e crudeltà nei confronti di un detenuto il quale purtroppo è deceduto dopo un pestaggio subito da parte di due agenti di custodia della polizia penitenziaria. Il suo nome era Fruttaldo Vittorio. Il fatto è avvenuto sotto i miei occhi e a tutt’oggi sono l’unico testimone oculare. Sono stato sentito dalla procura di Salerno il primo luglio 2022. Signore, lei non può immaginare gli abusi e le vessazioni che ho dovuto subire, sono stato trattato come un appestato solo per aver detto la verità e aver denunciato al Dap di Napoli tutto quello che era successo”.

La lettera che Costantino Fazio scrive il 20 agosto 2022 al Garante dei detenuti per denunciare che il suo compagno di cella Vittorio Fruttaldo non è morto per un infarto ma per il pestaggio di due poliziotti della penitenziaria. Il Garante la riceve solo il 2 novembre. Costantino si suicida il 14 novembre nel carcere di Ariano Irpino.

La lettera che Costantino Fazio scrive il 20 agosto 2022 al Garante dei detenuti per denunciare che il suo compagno di cella Vittorio Fruttaldo non è morto per un infarto ma per il pestaggio di due poliziotti della penitenziaria. Il Garante la riceve solo il 2 novembre. Costantino si suicida il 14 novembre nel carcere di Ariano Irpino. 

La reclusione a Fuorni, per Fazio, è durata altri venti giorni dopo la denuncia, durante i quali lui lamenta di non aver nemmeno potuto chiamare la famiglia, e per questo di essere caduto in depressione. “Hanno cercato di sedarmi con terapie che non avevo mai assunto fino al 10 maggio (giorno della morte di Fruttaldo, ndr), dopodiché ho tentato di farla finita perché non reggevo più una detenzione che ha leso i miei diritti”.

Il Garante Mauro Palma riceve la lettera solo il 2 novembre e non si capisce il perché di questo ritardo. In calce al foglio, la firma di Fazio e la data del 30 agosto. La procura di Salerno indaga per omicidio preterintenzionale. Fazio si toglie la vita nel penitenziario di Ariano Irpino l’11 novembre. Suicida numero 76 dall’inizio dell’anno.

Donatela Hodo, o del perché abbiamo sbagliato tutto. Tutti - Donatela aveva un orecchino al naso, uno sulle labbra, un neo poco sopra la bocca e dei capelli biondi. Era bella, sbandata e disperata, da quando non aveva più il suo bambino. Era anche innamorata, ma alle volte - e questa era una di quelle - l’amore non basta.

Donatela aveva 27 anni. E da dieci faceva dentro e fuori. Droga. Droga. Droga. Poi il problema erano piccoli furti, reati di strada, ma alla fine l’unica parola da leggere, in controluce, era sempre la stessa: droga. In carcere Dona aveva festeggiato i suoi compleanni. “Una torta, ti avevo fatto una torta bellissima”, ha raccontato una delle sue compagne di cella. In carcere Dona aveva trovato tutte le sue amiche. In carcere Dona aveva trovato tutto quello che aveva. E che poi un giorno le è stato tolto. “Fui io a insistere” ha raccontato Annalisa, una sua compagna, al Corriere del Veneto, “per farle effettuare il test. Era incinta! Dona era felice ma spaventata. Il giorno in cui è stata scarcerata era raggiante, bella più che mai. Ma qualcosa poi è andato storto, in poco tempo si è ritrovata di nuovo per strada… ha combattuto e quando le si sono rotte le acque hanno chiamato l’ambulanza, lei è arrivata in ospedale e ha partorito un bel bambino che ha chiamato Adam…”.

Dona non era una di quelle che avrebbe potuto fare la mamma, secondo i servizi sociali. “Eppure voleva quel piccolo e ha cercato in tutti i modi di tenerlo andando in terapia, ma non è stato abbastanza”. Gli hanno tolto Adam dopo il primo abbraccio. “È arrivata in cella distrutta, disperata con l’ennesimo fallimento a farle da zavorra. Donatela ha cominciato a morire in quel 2014 e non si è ripresa più. Aveva aspettato il bambino con tutto l’amore che poteva. Non poteva superarlo”.

Ci aveva provato, Dona. Il carcere era la sua seconda casa ma da qualche mese aveva trovato una strada: si chiamava Leo, era l’amore, tanto che insieme avevano preso casa, avevano persino cominciato ad arredarla. Sarebbe uscita dalla galera dopo poche settimane. Era il primo agosto, quando Dona ha preso carta e penna. E ha scritto al suo Leo. “Leo amore mio, mi dispiace. Sei la cosa più bella che mi poteva accadere e per la prima volta in vita mia penso e so cosa vuol dire amare qualcuno ma ho paura di tutto, di perderti e non lo sopporterei. Perdonami amore mio, sii forte, ti amo e scusami”. Poi ha acceso un fornello della sua cella. Ed è andata via così. Suicida numero 43. “Mi chiamo Vincenzo Semeraro. E vi devo chiedere scusa perché ho fallito. Perché con Donatela tutto il sistema ha fallito. L’avevo vista entrare in carcere a 21 anni, per furti e altri reati minori. Aveva una storia di dipendenza già pesante, con una vicenda personale drammatica per tanti motivi. Quella situazione mi aveva colpito. Aveva una personalità fragilissima ma nascondeva questa fragilità dietro una corazza. Aveva un carattere che poteva sembrare ostico, irritante. Ma non era così. Bisognava lavorarci a fondo, dedicarci tempo e pazienza. E invece non l’abbiamo fatto. Se una ragazza su uccide, vuol dire che io, che noi non siamo stati in grado di prospettarle dei futuri praticabili. Scusate”.

Sulla morte di Donatela Hodo la procura di Verona ha aperto un’inchiesta. Le sue vecchie compagne di cella hanno aperto un’associazione e una pagina Facebook, per denunciare le condizioni delle detenute: “Sbarre di Zucchero”. Le parole del giudice Semeraro sono state lette durante il funerale di Donatela. Il magistrato ha voluto anche incontrare il padre della ragazza, Nevruz. Tra i due c’è stato un lungo abbraccio. In molti, sbagliando, non hanno compreso le sue parole.

In questi giorni il giudice Semeraro ha detto all’agenzia Agi: “Voglio chiarire cosa intendevo. Quando ho scritto quella lettera pensavo al legislatore che non ebbe il coraggio di trasformare in legge nel 2018 i suggerimenti per aumentare le misure alternative provenienti dal tavolo di riforma penitenziario, rimasti lettera morta perché di lì a poco si andava a votare e si aveva paura della reazione degli elettori. Ai governi che non rimpolpano il personale della polizia penitenziaria e gli educatori che sono 700 per 55mila detenuti. Alle Regioni da cui dipende la sanità penitenziaria e il numero di psicologi e psichiatri sempre più basso. Per andare via via più giù sino ad arrivare alla magistratura. Ripeto: abbiamo fallito tutti”.