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di Luigi Manconi


La Stampa, 25 ottobre 2020

 

Due notti fa, come nella più prevedibile scena di una serie televisiva simil Gomorra, abbiamo potuto osservare nel corso di un conflitto urbano, il perfetto sovrapporsi di due interessi: quello dei commerci onesti e degli affari leciti e quello dei traffici illegali e dei movimenti criminali.

In mezzo, la "zona grigia" rappresentata dalla micro-economia dei vicoli e dei bassi, delle attività irregolari e del lavoro nero. È probabile che tutt'e tre queste componenti di un sistema di sussistenza fatto di prestazioni occasionali e di redditi precari, siano all'origine degli scontri che hanno infiammato mezza Napoli.

Il motivo è semplice: il "coprifuoco" di per sé, limita i movimenti delle persone, ne blocca le attività, ne controllale azioni, riducendo drasticamente i consumi, la domanda di merci legali e illegali, e lo scambio tra denaro e beni di qualsiasi tipo. Non stupisce, di conseguenza, che nei disordini di venerdì sera sia stata segnalata la presenza e la "tecnica" - motorini utilizzati per ostacolare i movimenti delle forze di polizia - di appartenenti a organizzazioni camorristiche; e, come accade ormai da decenni, di elementi del tifo organizzato.

Ma non sorprende nemmeno che, come sembra, abbiano avuto un certo ruolo anche esponenti di estrema destra e militanti dei centri sociali: a entrambi, inevitabilmente, il "coprifuoco" appare misura autoritaria, di natura dispotica destinata a comprimere le libertà individuali. In ogni caso, e al netto delle violenze, quelle proteste segnalano un diffuso disagio sociale che, dopo una sotterranea incubazione, tende infine a emergere.

A muoversi sono i ceti e i gruppi che patiscono più direttamente, senza alcuna forma di intermediazione e di ammortizzatore sociale, il processo di impoverimento e desertificazione (le serrande abbassate, i cartelli "vendesi", le attività dismesse) determinato dal rallentamento delle attività economiche, in un quadro generale di incremento delle diseguaglianze sociali. In una condizione di crescente sofferenza e di panico latente, e in presenza di messaggi brutalmente semplificati, quel dilemma può manifestarsi così: morire di fame o morire di virus.

Qualora una simile e deformata alternativa si diffondesse fino a diventare senso comune e qualora il timore dei piccoli commercianti, legali e illegali di Napoli, diventasse sentimento collettivo, allora davvero ci troveremmo sul crinale di una temibile crisi sociale. A prevenirla, deve provvedere l'attività del Governo e un serio e massiccio programma di sostegno all'economia, ed è questo il passaggio decisivo.

Ma assumono rilievo anche considerazioni per così dire "locali". Le proteste dell'altra notte erano indirizzate in primo luogo contro il presidente della Regione De Luca, questi è persona intelligente, dotata di un irresistibile sarcasmo - virtù rarissima in politica - tra il plebeo e il colto, ma rischia, come troppi, di perdere il senso della misura. L'efficacia e la rapidità delle sue decisioni, possono precipitare in un decisionismo declamatorio.

Disporre il "coprifuoco" può essere necessario e, addirittura, provvidenziale: ma una misura tanto pesante richiede, perché non sia osteggiata, strategie intelligenti di protezione economico - sociale, capaci di limitare i danni e di offrire alternative; e adeguate e razionali campagne di persuasione. Ed esige anche un'immagine, almeno un'immagine! unitaria dell'autorità pubblica.

Che è esattamente ciò che manca a Napoli, dove - da tempo - si assiste a una stucchevole conflittualità tra il presidente della Regione e il sindaco de Magistris. Si tratta, per giunta, di due esponenti dello stesso populismo di sinistra che, pur tra molte differenze, ricorre al medesimo linguaggio e a un analogo repertorio di tecniche politiche. Salvo darsele di santa ragione appena spunta un microfono o una telecamera.