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di Annibale Gagliani

Corriere del Mezzogiorno, 26 aprile 2025

“Ogni atto di ribellione esprime nostalgia per l’innocenza e una richiesta all’essenza dell’essere”. Albert Camus rifletteva nella costruzione de L’uomo in rivolta su un problema filosofico attuale per la giustizia italiana: il suicidio come atto liberatorio contro la profonda inquietudine. Una condizione trattata con sensibilità e sguardo incisivo da Alessandro Trocino nel suo ultimo saggio “Morire di pena - 12 storie di suicidio in carcere” (Editori Laterza). Un dato in costante crescita allarma il sistema carcerario nostrano: la media di oltre ottanta suicidi di detenuti all’anno su un campione di oltre cinquanta istituti penitenziari coinvolti, senza contare le numerose rivolte contro le guardie e la gestione precaria dell’ordine dovuta al sovraffollamento delle strutture. A ciò si affiancano le decine di gesti estremi delle guardie carcerarie, che pongono i riflettori su un senso di smarrimento che va al di là dello status.

Trocino, giornalista del Corriere della Sera, esperto di cronaca nazionale e politica parlamentare, ripercorre le storie più sconcertanti della vita italiana dietro le sbarre, componendo una mappa di ingiustizie disseminate per tutto lo Stivale: Damiano Cosimo Lombardo nella Casa circondariale di Caltanissetta; Stefano Dal Corso nel carcere di Oristano; Fabiano Visentini nella casa circondariale di Montorio (Verona); Rodolfo Illich nel carcere di Udine; Umberto Paolillo nella casa di reclusione di Turi (Bari); Hafedh Chouchane nella casa circondariale di Modena; Sasà Piscitelli nel carcere di Marino del Tronto (Ascoli Piceno); Jordan Jeffrey Baby nel carcere di Pavia; Ben Sassi Fedi nella casa circondariale di Sollicciano (Firenze); Mohamed Andrea nel carcere di Salerno. Il libro si poggia sui pilastri intellettuali della letteratura e della filosofia che hanno analizzato le condizioni dei detenuti nella storia, invocando il dovere per lo Stato di permettere un percorso di reinserimento nella società produttiva - per citarne alcuni Albert Camus, Cesare Beccaria, Michel Foucault, Goliarda Sapienza e Franz Kafka.

L’autore compone la sua ricerca confrontandosi con associazioni come Sbarre di Zucchero e Nessuno Tocchi Caino, realtà che vigilano sui diritti dei detenuti, osservando esperienze virtuose come i giornali scritti in carcere, fonte cristallina delle emozioni di chi non conosce libertà - CarteBollate (San Vittore), Ristretti Orizzonti (Padova).

Trocino spiega il messaggio che intende trasmettere al lettore: “Scrivere di queste vite perdute non è solo un omaggio alla loro memoria, ma è anche un gesto politico, un modo per parlare di diritti negati e di tribunali, di norme contraddittorie e di burocrazia assassina, temi che ci riguardano tutti da vicino. Perché molte di quelle che ho raccontato sono storie di malagiustizia. Di inerzie, ritardi, omissioni, errori, superficialità, ignoranza e di tutto quel grumo di inefficienza e sufficienza che ci accompagnano nella nostra vita civile e che, in quel mondo a parte che è il carcere, finiscono per moltiplicarsi e causare drammi e disperazione”.