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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 3 luglio 2026

Il caso di Gaetano, deceduto nel carcere di Caltagirone dopo giorni di dolori. Un’altra morte a Sollicciano. Un detenuto morto dietro le sbarre, una famiglia che chiede spiegazioni e una denuncia-querela depositata ai Carabinieri. È la vicenda di Gaetano Sciacca, 47 anni, morto il 26 giugno scorso nella casa circondariale di Caltagirone, dove stava scontando una pena definitiva. La mattina di quel giorno la moglie ha ricevuto la telefonata di un’educatrice dell’istituto, che le comunicava il decesso del marito. Poche ore dopo il padre e la moglie si sono presentati alla stazione dei Carabinieri per mettere nero su bianco quello che, secondo loro, non torna.

Nella querela i familiari raccontano che da giorni l’uomo lamentava malesseri seri. Parlava di forti dolori al petto e alla spalla, di episodi in cui faceva fatica a respirare. Segnali che, stando al racconto messo a verbale, dentro il carcere sarebbero stati presi con leggerezza. Nessun controllo disposto, nessun accompagnamento al pronto soccorso per capire cosa stesse davvero accadendo. Poi la telefonata della mattina del 26 giugno e la notizia della morte. Sul modulo compilato in caserma che Il Dubbio ha potuto visionare, si apprende che l’uomo è padre di un figlio ancora minorenne.

Su quei fatti la famiglia ha chiesto alla Procura della Repubblica di aprire un fascicolo, iscrivere la notizia di reato e svolgere ogni accertamento necessario. Sul verbale l’ipotesi indicata è quella di omicidio, ma si tratta di una prospettazione di parte. Spetterà all’autorità giudiziaria stabilire, attraverso la documentazione sanitaria, le relazioni interne dell’istituto, le testimonianze e gli esami medico-legali, se ci siano stati ritardi o omissioni e se qualcuno debba risponderne. Allo stato non risulta alcun indagato e nessuna responsabilità è stata accertata. Nel verbale i familiari hanno chiesto anche di essere avvisati se il fascicolo dovesse essere archiviato, così da poter far sentire la propria voce prima di qualunque decisione.

I parenti hanno nominato un consulente medico-legale e un legale di fiducia, e hanno annunciato la volontà di costituirsi parte civile in un eventuale processo. A seguirli c’è anche l’associazione Quei Bravi Ragazzi Family, che assiste diverse famiglie di persone detenute. La presidente Nadia Di Rocco ha commentato così: “Esprimo le mie più sentite condoglianze alla famiglia. Siamo di fronte all’ennesima morte che lascia sgomenti. Prima ancora che un detenuto, Gaetano Sciacca era un marito, un padre e un nonno che non potrà più tornare dai suoi affetti. Nessuno può liquidare questa vicenda come una semplice morte naturale senza che vengano prima accertati tutti i fatti”.

L’associazione chiede verifiche immediate sulle cure prestate nel caso specifico e un’ispezione dentro l’istituto, per accertare che non ci siano altre persone in condizioni di rischio. “Il diritto alla cura è un diritto inviolabile e appartiene a ogni essere umano, anche quando si trova in carcere”, ha aggiunto Di Rocco. L’associazione ha fatto sapere che seguirà i parenti in ogni passaggio del percorso giudiziario. L’autopsia sarà eseguita martedì prossimo.

Il diritto alla salute non si ferma al cancello - La vicenda tocca un punto che torna ogni volta che si parla di carcere. L’articolo 32 della Costituzione riconosce la salute come diritto fondamentale della persona, e l’articolo 27 stabilisce che le pene non possono tradursi in trattamenti contrari al senso di umanità. Gli stessi principi sono scritti nell’ordinamento penitenziario e li ha ribaditi più volte la Corte europea dei diritti dell’uomo, che carica lo Stato di un preciso dovere di protezione verso chi è privato della libertà. La pena consiste nella privazione della libertà, non nella rinuncia alle cure.

Il contesto in cui matura questa denuncia non aiuta a stare tranquilli. Secondo il dossier “Morire di carcere” di Ristretti Orizzonti, quest’anno le persone morte negli istituti italiani sono già 112, tra suicidi e altre cause. Il 2025 si era chiuso come l’anno peggiore dal 1992, con oltre 250 decessi. Sullo sfondo resta un sovraffollamento che ha sfiorato quasi il 140 percento, e una sanità che in molte strutture fatica a reggere. Una parte crescente di quei decessi resta classificata come morte per cause ancora da accertare, in attesa di autopsie o di indagini, un dato che dice quanto sia complicato ricostruire cosa accade dentro una cella. Dietro i numeri ci sono storie come quella di Caltagirone, dove oggi una famiglia chiede soltanto di sapere cosa è successo davvero.

Mentre a Caltagirone si attendono le mosse della Procura, da Firenze arriva un’altra vicenda che pesa come un macigno. Al carcere di Sollicciano, da settimane al centro dell’attenzione parlamentare per il suo degrado e per i trasferimenti decisi dopo il provvedimento della Procura fiorentina, è morto un detenuto di 75 anni. Era italiano, era entrato in cella a metà giugno per scontare una condanna a quattro anni. Pochi mesi prima un ictus gli aveva lasciato un braccio semiparalizzato e pesanti conseguenze fisiche. Domenica scorsa si è sentito male nella sua cella, è stato portato d’urgenza all’ospedale San Giovanni di Dio ed è morto per meningite.

A raccontare i suoi ultimi giorni sono stati i volontari dell’associazione Pantagruel, che lo avevano incontrato dopo l’ingresso in carcere. L’uomo era ricoverato nel centro clinico dell’istituto e appariva già molto fragile. Stefano Cecconi racconta di avergli portato dei vestiti e di averlo trovato con evidenti problemi fisici, legati sia all’ictus sia alla cattiva circolazione del sangue. Le sue condizioni sarebbero peggiorate in fretta. Sabato, tornando a trovarlo, al volontario è stato detto che non era il caso di entrare, perché l’uomo non riusciva più ad alzarsi dal letto o cadeva quasi subito. Il giorno dopo il malore, la corsa in ospedale, la morte.

Il 75enne viveva da solo in un alloggio del Comune di Fiesole, aveva come unico familiare una cugina ed era conosciuto dalle associazioni di volontariato della zona di Compiobbi. Per Pantagruel la sua storia impone una domanda semplice: quel quadro clinico era compatibile con la permanenza in carcere? “Dieci giorni in carcere, con temperature vicine ai 40 gradi e in una situazione sanitaria come la sua, non sono una pena da scontare ma una tortura da applicare”, dice Cecconi, che richiama anche lui l’articolo 27 e il principio di umanità della pena. Restano da chiarire se servisse un ricovero anticipato o una misura alternativa alla detenzione.

A Sollicciano, intanto, dopo il sequestro di sette sezioni per le condizioni fatiscenti dell’istituto, prosegue il trasferimento di oltre cento detenuti verso altre carceri della Toscana: dei 137 reclusi coinvolti una parte è già stata spostata, gli altri lasceranno l’istituto nei prossimi giorni, spesso verso strutture che soffrono gli stessi problemi. Sono due storie diverse, in due città lontane, ma la domanda che famiglie e associazioni pongono da tempo è sempre la stessa: quanto vale la vita di una persona quando si trova dietro le sbarre. La Costituzione, quando tutela il diritto alla vita e alla salute, non distingue tra chi è libero e chi è recluso. E una società si giudica anche da come tratta chi ha meno voce. E il caldo feroce non aiuta.