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di Luigi Manconi e Marica Fantauzzi

Il Manifesto, 20 settembre 2026

Ramy Elgaml. A riaprire il dibattito in Italia è il video della Ong Index che ricostruisce le dinamiche dell’inseguimento da parte dell’auto dei carabinieri di Milano. Nel 1985 la Corte suprema degli Stati uniti per la prima volta non riconobbe quel principio di common law per il quale “tutti i sospettati di reato devono essere catturati”. Al contrario, secondo la Corte deve prevalere il diritto a sottrarsi alla cattura nel caso di rischio di rimanere uccisi. In sostanza, si affermava che l’uso della forza legale per fermare la fuga di un sospettato è costituzionalmente legittimo solo se necessario per tutelare l’incolumità degli agenti o della comunità. Quella sentenza, in molti casi, rimase lettera morta. A parte alcune eccezioni, la maggioranza degli Stati oggi adotta un cosiddetto “test di bilanciamento” tra rischi e vantaggi durante gli inseguimenti.

Secondo uno studio recente, negli Usa tra il 2009 e il 2023 sono stati registrati 5.500 incidenti legati a inseguimenti che hanno provocato 6.400 morti. Per Andrew Hendrix, tra gli autori dell’indagine, l’unico modo per arginare questa tendenza è vietare categoricamente gli inseguimenti per reati minori. A riaprire il dibattito anche in Italia è il video della Ong Index che ricostruisce le dinamiche dell’inseguimento da parte dell’auto dei carabinieri di Milano del motorino su cui viaggiavano Ramy Elgaml e l’amico Fares Bouzidi, mostrato in anteprima su questo giornale. Dalla perizia di parte depositata dai legali si evince come nelle fasi finali dell’inseguimento l’auto operi due distinte deviazioni verso il motorino, provocando lo sbandamento e infine l’investimento di Elgaml.

In Italia, la scarsità di dati a disposizione sulle morti causate da inseguimenti “non necessari”, unita alla colpevole resistenza del potere politico a condannare pratiche potenzialmente lesive della vita e della dignità umana quando a compierle sono uomini e donne in divisa, ci impone di compiere uno sforzo di ricerca e memoria. Per questo crediamo sia utile tornare agli Stati uniti, in particolare a una vicenda che richiama tristemente la morte di Ramy.

Siamo anche qui nel 2024, in un quartiere di Boston. Su una macchina viaggiano quattro ragazzini tra i 14 e i 17 anni. Il conducente, sfiorato un posto di blocco, decide di proseguire. Gli agenti, sospettando si tratti di una macchina rubata, iniziano l’inseguimento. Dalla centrale operativa l’ufficiale superiore ordina di interrompere immediatamente l’operazione. Loro proseguono. La volante raggiunge la macchina dei ragazzi e ne provoca il ribaltamento. Moriranno sul colpo Kevin Lemus-Davila, Immanuel A. Brooks e Troy L. Winslow. Nonostante le indagini abbiano confermato le false dichiarazioni, la mancata attivazione della bodycam e l’omissione di soccorso, le conseguenze penali per gli agenti appaiono poco probabili. Intanto, però, si è aperto il procedimento civile, dove le tre famiglie coinvolte chiedono 30 milioni di dollari per morte ingiusta. Secondo i legali non vi erano le condizioni per l’inseguimento e gli agenti avrebbero fatto “valutazioni sugli occupanti basate sulla loro età, sul colore della pelle e sul quartiere in cui si trovavano”. Due dei tre agenti coinvolti sono stati licenziati o sospesi dal servizio.

Quello che gli osservatori chiedono in casi simili è che la discrezionalità delle forze di polizia venga ridotta al minimo, evitando che la presunta pericolosità dei sospettati sia considerata sufficiente a giustificare un intervento violento. Servono procedure chiare, il dipartimento di New York, per esempio, prevede gli inseguimenti solo in caso di “reato violento grave” e li vieta in tutti gli altri casi. Da questo punto di vista, la situazione italiana è estremamente lacunosa, poiché mancano del tutto regole e protocolli che chiariscano in quali casi l’inseguimento debba essere interrotto. Inoltre, se negli Usa il principio (non vincolante) che si vorrebbe far valere è quello di evitare gli inseguimenti per fuga da un controllo di polizia o per guida pericolosa, la recente storia italiana va nella direzione opposta. Nel 2025, infatti, il sindacato dei carabinieri ha proposto di introdurre il reato di fuga pericolosa, poi recepito dal governo Meloni con il decreto-legge n. 23 del 2026, che prevede da 6 mesi a 5 anni di reclusione per chi non si ferma all’alt. Durante il funerale del figlio, Jessica Winslow ha raccontato che era solita chiamarlo my bugaboo, la mia piccola peste. Perché, ricordiamocelo, “erano dei bambini, solo dei bambini”.