di Gabriele Romagnoli
La Repubblica, 14 ottobre 2024
Ci colpisce l’eventualità che qualcuno, un ragazzo di 19 anni appena oltretutto, possa uccidere un uomo per portargli via un paio di cuffie del valore di 14, massimo 20 euro (e poco cambierebbe). Ci domandiamo se davvero questo possa essere il valore di cambio di un’esistenza, se si può cancellare quella altrui e di conseguenza la propria per tanto poco. La domanda, a cui i fatti hanno dato una tragica risposta affermativa, nasconde un equivoco. Altrove un imprenditore è stato ridotto in fin di vita per aver fatto concorrenza ai rivali abbassando il prezzo di una gruccia da 27 a 6 centesimi. Puoi pure moltiplicarlo per un numero indefinito di oggetti, ma il valore di partenza resta quello.
Chi offre di meno? Altrove ancora, è passato un mese e mezzo, un uomo è uscito di notte in bicicletta per le strade del paese e ha accoltellato una donna che camminava da sola, “animato da un irrefrenabile impulso di togliere una vita”, in cambio di nulla. Quattordici, o venti euro; ventun centesimi, niente. L’ambiguità alla quale ci sottomettiamo è cercare un valore soglia dell’esistenza, come fosse una merce qualsiasi. E non stupirci più, anzi, se lo troviamo alto. Mercoledì scorso la Corte d’Appello di Perugia ha rigettato l’istanza di revisione per un caso di omicidio in cui la Cassazione aveva già confermato l’ergastolo.
Il perito nominato da quello stesso organo giudicante aveva spostato l’epoca della morte rendendola incompatibile con la presenza del condannato. La pubblica accusa ha eccepito, tra l’altro e soprattutto, la compresenza di un castello indiziario inespugnabile al centro del quale si trovava la circostanza che l’uomo inquisito dovesse alla vittima due milioni e duecentomila euro. Un movente enorme, certo. Dunque due milioni spiegano tutto, venti euro niente. Così funziona la nostra società civile e non da ora, da secoli: dal lato dei delitti e da quello delle pene.
La stagione selvaggia dei risarcimenti anche in forme cruente termina con la rivoluzione industriale. L’istituzione dell’ora/lavoro permette di dare un valore economico al tempo. Stabilita la perdita, la compensazione avviene in giorni, mesi o anni di reclusione, fino alla condizione estrema che prevede sia tolta la vita al colpevole di averla tolta a un altro nella modalità in apparenza più morbida dell’ergastolo.
La funzione ben poco deterrente di questo sistema è denunciata dai casi recenti, dal fatto che i futuri omicidi escano di casa già armati, disposti eventualmente a uccidere per ottenere qualcosa la cui sottrazione di per sé porterebbe a una condanna lieve quanto il rilievo della cosa rubata. Ci siamo abituati a considerare come valore soltanto quello economico. Di un calciatore non si considera tanto la bravura quanto l’ingaggio, la plusvalenza che può generare. Di un artista non la capacità di cogliere o addirittura anticipare lo spirito del tempo, ma la cifra per la quale una sua opera è stata battuta all’asta. Se tutto ha un prezzo niente vale davvero. Il rovescio della medaglia è il rischio che la vittima è disposta a correre.
Nel caso di Rozzano chiunque avrà pensato quanto spesso i genitori dannano i figli (anche quelli di 31 anni) con la raccomandazione di non reagire mai, lasciar perdere, consegnare la borsa e tenersi la vita. Nelle metropolitane del mondo si vede spesso un annuncio che avvisa, nel caso un oggetto cada tra i binari, di non buttarsi per recuperarlo, ricordandosi quale sia il bene primario.
Lo pensiamo tutti: rinunceremmo al portafoglio, al cellulare, figurarsi alle cuffie ma, siamo sinceri, ognuno ha il proprio limite. La fede nuziale? Francamente, mia cara, non me ne infischio. L’orafo la rifarebbe uguale? Certo, chiedi a Tamberi. Non è eroico e non è sbagliato pensare che ci siano cose che valgono una vita. È un crimine invece pensare che una vita possa valere niente, o ventun centesimi, o due milioni di euro. Il coltello viene dopo.











