di Elena Stancanelli
La Stampa, 11 settembre 2023
Non sarebbe dovuto accadere. Molto semplicemente uno di quei sei ragazzi avrebbe dovuto dire non è possibile. Siamo troppi, è pericoloso. Ma questo non è successo, o almeno, se qualcuno di loro l’ha detto non è stato abbastanza incisivo e alla fine si è arreso. Salterei la questione dell’alternativa alla macchina, di come si potrebbe fare in modo che nessuno debba guidare dopo una serata dopo la quale, come minimo, si è stanchi.
Eviterei anche di parlare di sanzioni, o reati, sulla cui inefficacia non mi pare ci sia alcun dubbio. Vorrei invece ragionare di trauma. Quando io avevo l’età di quei ragazzi avevo già avuto i miei morti. Come tutti, come in ogni epoca della storia. Droghe, aids, malattie ma soprattutto incidenti. A quell’età si muore soprattutto di incidenti, in moto, motorino, automobile. Io quei morti me li ricordo bene, me li ricordo tutti. E mi ricordo lo strappo che avevano provocato dentro di me. La scomparsa di qualcuno di sedici anni è una ferita insanabile per chi resta.
Di più: è un dissesto nel disegno universale, un evento che può modificare per sempre la tua idea della vita. Quella cosa, quel dolore e quel senso di irragionevolezza, si chiama trauma. Ed è un fantasma, orrorifico, che ti si para davanti ogni volta che stai per compiere una sciocchezza. Perché sai, lo sai per esperienza diretta, che ci sono gli incidenti, e che si muore. E sai che cosa vuol dire morire, perché quella persona a cui volevi bene non c’è più. Non esiste un sistema più efficace di prevenzione della paura. Mi è capitato chissà quante volte di dire no, quella cosa non la faccio non perché sia sbagliata (cosa di cui, allora come adesso, non mi importa quasi niente) ma perché facendola avrei potuto morire.
E io la morte la odio, non la posso accettare. Se non fossi salita su quella macchina, ieri sera a Cagliari, sarebbe stato soltanto per quella paura, perché davanti a me sarebbe apparso il fantasma della mia amica morta in un incidente d’auto. E quella paura è così efficace che supera la barriera dell’alcool, e di qualsiasi sostanza. Ho paura: non lo faccio. Che cosa è accaduto al trauma?
Quando io avevo sedici anni il confine tra ciò che accade davvero e ciò che è solo immaginato era evidente. Da una parte le cose solide, dall’altra i sogni, l’arte, un film, un libro, un video gioco. Cose immateriali, ma racchiuse in un perimetro che permetteva di riconoscerle come arte, film, libri, video giochi. Adesso quel confine sta tra ciò che accade davvero e tutto il resto. Ed è sempre più sottile. Perché l’altro modo, quello virtuale, il cui fascino sta diventando infinitamente superiore a quello reale, preme fortissimo.
E il rapporto di forza sta cambiando: molti passano dall’altro lato dello specchio molto più tempo di quanto non ne passino di qua. In quel mondo, quello di là dallo specchio, il trauma non esiste. Ogni volta che cadi a terra ti rialzi, se sbatti contro un muro fai marcia indietro e la macchina è aggiustata, se muori poi torni in vita. Non esiste nessuna esperienza, ovviamente, ma solo la rappresentazione dell’esperienza. Che non ha conseguenze.
Ovvio che anche quei ragazzi e quelle ragazze hanno avuto i loro lutti di qua, nel mondo reale, ma è possibile che non si siano stabilizzati, non si siano piantati nella loro memoria. Perché il loro modo di pensare è diverso dal nostro, la loro porzione di irrealtà è infinitamente più grande della nostra. Dei loro corpi, unico antidoto all’assenza, spesso si dimenticano.
Non è l’apocalisse, ma una rivoluzione della quale non riusciamo neanche a intuire i confini. Ma se vogliamo salvaguardare questa generazione dobbiamo fare in modo che recuperino i traumi. Li curiamo, li salvaguardiamo dal dolore (o almeno cerchiamo di farlo). E va bene, certo. Ma se non permettiamo loro che affondino nell’idea della morte, non saranno in grado di riconoscerla quando gli si presenterà davanti come l’errore fatale.










