di Francesco Verderami
Corriere della Sera, 5 aprile 2025
Avanti solo con le carriere separate: non facciamole apparire vittime. Lo stop imposto da Meloni in concomitanza con il cambio ai vertici Anm. Fermi tutti. La presidente del Consiglio ha chiesto che sulla giustizia la maggioranza si concentri in Parlamento sulla separazione delle carriere e metta in stand by tutti gli altri provvedimenti. Fino al referendum. C’è la prova di questo orientamento, deciso a Palazzo Chigi e attuato dai gruppi di centrodestra. Mercoledì scorso è stata bloccata a Montecitorio una proposta di legge di iniziativa parlamentare che mira a istituire la giornata in memoria delle vittime degli errori giudiziari: per quanto fosse evocativa, non appariva politicamente rilevante.
Il testo - scritto dai renziani insieme a Lega e Forza Italia - non avrebbe incontrato difficoltà a essere approvato. Ma durante le audizioni in commissione l’allora presidente dell’Associazione nazionale magistrati Santalucia aveva criticato il progetto, interpretato come l’ennesima forma di aggressione della politica nei riguardi delle toghe.
Se la premier ha chiesto alla sua maggioranza di fermarsi anche su questo provvedimento, c’è un motivo: secondo Meloni bisogna evitare che nella pubblica opinione passi la tesi, sostenuta dal sindacato delle toghe, secondo cui l’azione di governo è volta a umiliare la magistratura. Va tolto di mezzo perciò ogni pretesto per impedire che questa narrazione finisca per far breccia nel corpo elettorale in vista del referendum sulla riforma costituzionale. Che poi è quanto ha spiegato il ministro della Giustizia durante una riunione con i gruppi del centrodestra avvenuta a marzo: “Limitiamoci ad alcuni interventi chirurgici e accantoniamo per ora progetti che possano alimentare polemiche”.
Da allora le norme che riguardano nodi strutturali come le intercettazioni, la custodia cautelare e la prescrizione sono in stand by. Proprio sulla prescrizione raccontano che al Senato, ogni settimana, parlamentari di centrodestra si rivolgono alla presidente della commissione Giustizia per sapere quando metterà all’ordine del giorno l’esame del testo che è stato approvato dalla Camera ormai più di un anno fa. E la leghista Bongiorno risponde sempre allo stesso modo: “Non ancora. Ho ricevuto questa indicazione”. “Le nostre priorità - ha spiegato Nordio su mandato di Meloni - devono essere la separazione delle carriere e la riforma del Csm”.
Sarà solo una coincidenza, ma non c’è dubbio che lo stop sia avvenuto in concomitanza con il cambio della guardia ai vertici dell’Anm, dove Parodi ha sostituito Santalucia. La valutazione politica che ha prodotto la mossa di Palazzo Chigi non è però dovuta a una “marcia indietro” rispetto alla linea del governo. Se oggi Meloni ritiene opportuno “evitare nuovi conflitti con i magistrati” è perché sulla riforma costituzionale è convinta di avere il vento in poppa, cioè il consenso della maggioranza degli italiani.
All’inizio della legislatura era opinione diffusa nei partiti e nella magistratura che il provvedimento sulla separazione delle carriere sarebbe rimasto nel cassetto. Quando le toghe hanno capito che il governo sarebbe andato fino in fondo, sono entrate in sciopero. Ed è solo l’inizio del conflitto, che si concluderà con la battaglia referendaria.
Nell’incontro di un mese fa con Meloni, il nuovo presidente dell’Anm ha annunciato che “noi andremo convintamente a parlare con i cittadini per spiegare come questa riforma sia contro il ruolo dei magistrati, le garanzie e i diritti”. La premier si è mostrata dialogante. E siccome è consapevole di quale sia la portata dello scontro, ha bloccato il cantiere giustizia in Parlamento: l’intento è quello di impedire - come spiega una fonte di governo - “che i magistrati passino per vittime”. Vuole insomma evitare passi falsi fino alla consultazione popolare. E se il Senato licenzierà la riforma questo mese, la seconda lettura parlamentare - prevista dalle materie costituzionali - potrebbe concludersi entro l’estate. Con il referendum a inizio 2026.
I sondaggi concordano su un’affermazione della riforma nelle urne, anche se il governo dovrà prestare attenzione al mood del Paese che sull’onda dei dazi potrebbe mutare. Il precedente della riforma costituzionale di Renzi - che fu bocciata anche per ragioni di contingenza dell’epoca - sta lì a ricordarlo. Meloni ce l’ha presente. E se il referendum darà disco verde al progetto, grazie all’investitura popolare il governo riaprirà il cantiere Giustizia e darà corso agli altri provvedimenti, al momento fermi. Per motivi tattici, non per problemi politici.











