di Angiola Petronio
Corriere di Verona, 18 ottobre 2025
Oggi manifestazione nazionale dalla stazione. “Bisogno profondo di giustizia”. “Questo silenzio, con gli atti secretati, sta diventando un po’ troppo lungo”. Le parole sono dell’avvocato Fabio Anselmo, riferite all’uccisione, il 20 ottobre del 2024, di Moussa Diarra. “Francamente non abbiamo la minima idea di cosa stia accadendo, perché ormai sono passati tanti, tanti mesi. E questo silenzio, con gli atti secretati, sta diventando un po’ troppo lungo...”. Le parole sono dell’avvocato Fabio Anselmo. Il silenzio, assordante, è quello di un’indagine di cui - a un anno di distanza dai fatti - non è dato sapere nulla. Taciturnità a cui fa da contraltare il “rumore”.
Quello di chi non dimentica. E non vuol far dimenticare. Era una domenica mattina, il 20 ottobre di un anno fa. La mattina in cui, all’ingresso della stazione di Porta Nuova Moussa Diarra, 26enne maliano, venne ucciso da uno dei tre colpi di pistola sparati ad altezza d’uomo da un agente della Polizia ferroviaria, dopo un’alba trascorsa in un delirio psicotico che lo aveva portato a girare brandendo due coltelli da cucina e a infrangere alcune vetrine dell’ingresso della stazione.
Ucciso da un colpo al cuore Moussa, che in Italia era regolare e che lavorava raccogliendo frutta e verdura. Moussa che quel disagio psicologico lo covava dal viaggio di venuta in Italia, dalla detenzione nei capi profughi in Libia dove aveva visto morire suo fratello. Quel disagio che si era risvegliato quando aveva saputo che l’unico luogo che considerava casa a Verona - il Ghibellin Fuggiasco - doveva essere abbandonato. E che gli si ripresentava l’odissea di trovare un luogo dove dormire. E vivere. È indagato per eccesso colposo di legittima difesa, il poliziotto che a Moussa ha sparato. E il corpo di quel ragazzo maliano con il mae di vivere è da 12 mesi in una cella mortuaria. Scadono con il mese di ottobre, i tempi per l’indagine preliminare. Vale a dire tra una manciata di giorni.
Era stato detto che si sarebbe chiuso entro la fine dell’estate il “caso Diarra”. L’estate è ormai scemata. “E tutta questa “segretezza” non ha senso”, dice Anselmo che con le colleghe Paola Malavolta e Francesca Campostrini rappresenta la famiglia di Moussa. “Anche perché c’è un’incoerenza di fondo tra i comunicati stampa, numerosi e anticipatori, fatti dal procuratore della Repubblica dopo l’omicidio di Moussa e questo silenzio. Silenzio che un giorno si piacerebbe riscontare che è stato giustificato da atti particolarmente delicati dell’indagine”.
Silenzio che comunque verrà spezzato oggi, con una manifestazione nazionale voluta dalla Comunità Maliana in Italia e dal Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra e alla quale hanno aderito una quarantina di associazioni - che prenderà le mosse da quel piazzale della stazione. “Moussa non si dimentica”, l’imperativo. “A distanza di un anno questa comunità resistente sostiene il complesso lavoro del team legale, continua a raccontare questo profondo bisogno di giustizia, ad alimentare il presidio di memoria collettiva in stazione contro ogni atto di rimozione, a costruire dal basso iniziative e proposte”.
Con quel trascorrere del tempo - e del silenzio - che viene ribadito. “A distanza di un anno, e con una dinamica dei fatti tuttora poco chiara, continuiamo con forza a chiedere verità e giustizia, e un processo che restituisca a Moussa e alla sua famiglia almeno in parte la dignità che gli è stata tolta in una vita di diritti negati. E continuiamo a pensare che questa morte abbia radici profonde e che l’arma usata dall’agente della Polfer abbia prodotto solo l’ultima delle ferite che hanno segnato la vita di Moussa. Ferite profonde, frutto di scelte politiche precise che hanno finanziato l’orrore dei campi di detenzione in Libia e, in Italia, dei centri di permanenza per i rimpatri in Italia, che hanno imposto leggi come il decreto Salvini del 2018 e tutto il contesto sociale e politico che Moussa ha attraversato una volta arrivato in Italia”.
Passerà anche davanti al tribunale la manifestazione di oggi che dalla stazione si snoderà su via Città di Nimes, circonvallazione Oriani, corso Porta Nuova, piazza Bra, via degli Alpini, via Pallone, Lungadige Capuleti, via Montecchi, via dello Zappatore, via Santissima Trinità, via Battisti. Verrà attraversato Corso Porta Nuova e poi, a ritroso, la “zona rossa” di piazza Pradaval, via Valverde, via Giberti, piazza Renato Simoni, di nuovo via Città di Nimes e il ritorno in stazione “per pretendere politiche di cura, non di repressione e di marginalizzazione”.











