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di Mario Di Vito

Il Manifesto, 21 ottobre 2026

L’attesa dei nuovi riot e i dubbi della questura. Gli agenti contrari all’uso dei militari: “Non sono adatti a gestire l’ordine pubblico”. A volte l’ordine pubblico evolve in sociologia. Il ragionamento lo fa ad alta voce un uomo dello stato specializzato in questioni di piazza: la crisi dei corpi intermedi, dice, tocca tutti gli ambienti. Insomma una volta c’erano i famosi centri sociali a fare da camera di compensazione nella gestione delle manifestazioni. Persone con cui discutere e litigare su cosa fare e cosa non fare in determinate situazioni. Ci si incontrava prima e durante, si studiavano i percorsi, si trattavano concessioni, in qualche modo ci si avvicinava anche alle frange più radicali. Adesso, soprattutto a causa della guerra senza quartiere che il governo ha scatenato contro i movimenti tra sgomberi e disincentivi penali a praticare persino la più innocua forma di conflitto sociale, la questione è diventata assai più complessa.

Sabato, a Milano, il movimento praticamente non c’era. E gli agenti della Digos non sapevano proprio con chi parlare: gli organizzatori - i giovanissimi “apolitici” di Milano in piazza con i loro tricolori e le loro bandiere della Palestina, caso più unico che raro di “né destra né sinistra” che non corrisponde all’estrema destra - non avevano previsto che le cose potessero mettersi malissimo. L’unico accorgimento, per così dire, era quello di girare con dei fischietti da utilizzare in caso di “situazioni violente”, in modo da richiamare le forze dell’ordine. Il risultato è stato che i fischietti sono serviti ai maranza per convergere e fare quello che avevano in programma di fare: gli scontri. Il giorno dopo, quello dell’assalto in via Torino, il degenero era talmente poco atteso che la polizia si trovava da tutt’altra parte. Per lunghi minuti il riot è andato avanti indisturbato. E così, dopo aver portato in via Fatebenefratelli centinaia di persone e dopo aver constatato che alcuni dei fermati dichiaravano di essere nati anche nel 2011 o nel 2012, gli apparati cosiddetti “di prevenzione” ragionano sul da farsi: “Anche volendo, come si infiltra un gruppo di minorenni?”. Mica esistono gli agenti bambini. Non ancora almeno.

Nelle chat di Telegram, poi, gira di tutto. Dall’antico Anarchist cookbook che insegna a fabbricare esplosivi dentro casa alle chiamate antimaranza di ultras e gruppuscoli nazistoidi fino ai manualetti di autodifesa legale e agli allarmi sul presunto arrivo di orde di stupratori in provincia. Ma come si fa a capire prima cosa sia vero, dunque pericoloso, e cosa no? Tra i vari miti sfatati in questi giorni c’è anche quello che accomuna il sapere al potere. In questura sanno tutto, però sostengono di non poter intervenire.

C’è un altro problema di non poco conto. I gruppi di Telegram in cui materialmente ci si mette d’accordo sulle modalità del riot (quello di sabato si chiamava “17 ottobre civile”) durano lo spazio di poche ore e poi vengono cancellati insieme a tutte le informazioni che contengono. Il fatto, sostengono i poliziotti, è che non stiamo parlando di un’organizzazione strutturata e nemmeno di un gruppo informale comunque identificabile, ma di un’onda che può crescere o schiantarsi in qualsiasi momento. “Attori violenti e antisociali” che fanno “spontaneamente” parte di “un preciso progetto di destabilizzazione dell’ordine pubblico” scrive il gip Fabrizio Filice nell’ordinanza con cui ieri ha confermato la custodia in carcere per quattro dei cinque maggiorenni arrestati sabato.

Eccoli i “soggetti inediti” di cui ha parlato Mattarella. Quasi inediti, in realtà, perché qualche avvisaglia già c’era stata un anno fa, il 22 settembre, quando un corteo per Gaza degenerò in scontri durissimi alla stazione centrale. Anche lì non se lo aspettava nessuno, né la forza pubblica né i collettivi. Da qui in poi è tutta strada per l’inferno: se non si fa prevenzione resta solo la repressione. Ovvero la massiccia presenza di uomini in divisa a presidiare le strade, pronti a intervenire con gli idranti, i lacrimogeni e i manganelli. Il governo ha fatto marcia indietro sull’invio di 500 soldati in città per mantenere l’ordine pubblico. La cosa in effetti era stata letta da molti poliziotti come un attestato di sfiducia, mentre i sindacati di categoria, non impropriamente, avevano sottolineato che l’addestramento militare non ha nulla a che fare con le mediazioni necessarie a gestire le piazze.

Sembra il preludio a futuri tafferugli. Quando? Tutti pensano alla giornata di sabato, quando ci sarà una nuova manifestazione giovanile “contro il carovita”. Qualche sospetto c’è anche sulla giornata di venerdì. Dubbi su quello che potrebbe accadere oggi all’appuntamento chiamato dalla Cgil, che quantomeno ha ancora un servizio d’ordine funzionante. Sul dove potrebbe avvenire il prossimo riot pure ci sono idee, benché vaghe: piazza del Duomo resta l’area più a rischio. Però chi indaga tiene a mente almeno altre due opzioni: la zona dello shopping nei dintorni di porta Garibaldi e porta Venezia, snodo fondamentale del traffico cittadino. Però chissà. Nessuno azzarda previsioni. Magari succede niente. L’attesa preoccupa e genera paranoia. Nel grigio dell’autunno non solo climaticamente caldo di Milano non si parla d’altro che dei maranza. E il sospetto è che dietro ogni angolo ci sia un pericolo, nonostante le apparenze. O forse proprio come le apparenze.