di Eugenio Poli
Il Dubbio, 31 dicembre 2019
"Non si può concepire l'idea di un giusto processo, dove il tempo non abbia una funzione nella vita di una persona. Non si possono mettere sullo stesso piano il condannato e l'imputato". "Questa riforma fermerà la lungaggine dei processi e non dimentichiamoci che il nostro sistema processuale penale si regge sul principio della ragionevole durata del processo".
Parola di Vincenzo Musacchio, giurista e docente di diritto penale in varie Università italiane ed estere e presidente dell'Osservatorio Antimafia del Molise e direttore Scientifico della Scuola di Legalità "don Peppe Diana" di Roma e del Molise.
Fermare il decorso della prescrizione dopo la sentenza di primo grado secondo lei rispetta la nostra Carta Costituzionale?
"Preciso che non sono un costituzionalista, tuttavia, mi sento di poter affermare che non la rispetti per nulla. In primis, viola il principio di eguaglianza tra i cittadini poiché mette sullo stesso piano chi commette un delitto e chi una contravvenzione. Da penalista dico che siamo di fronte è un'abnormità. Agli esami di diritto penale in oltre venticinque anni non mi è mai capitato uno studente che non conoscesse la differenza tra delitto e contravvenzione. Non è tuttavia il solo principio a essere violato, poiché è oltraggiato anche il principio di ragionevolezza, giacché si concepisce l'idea di un passato che non passa mai, di un tempo che non è più tale perché a un certo punto si ferma inesorabilmente. Non si può concepire l'idea di un giusto processo, dove il tempo non abbia una funzione nella vita di una persona. Non si possono mettere sullo stesso piano il condannato e l'imputato. Con questa riforma a me pare che questo rischio ci sia".
Ci spiega brevemente perché con la prescrizione lo Stato rinuncia alla sua potestà punitiva?
"Premettendo che per alcuni reati gravissimi anche il nostro ordinamento prevede l'imprescrittibilità, il legislatore ha previsto la prescrizione, sia perché nel corso degli anni una persona cambia, ad esempio, un assassino dopo trent'anni, potrebbe essere una persona totalmente diversa, sia perché il processo penale non può essere uno strumento per una giustizia compiuta nel quale siamo tutti colpevoli, ma è il contrario e cioè siamo tutti innocenti salvo la dimostrazione della nostra colpevolezza".
Questa riforma fermerà la lungaggine dei processi?
"Ancora una volta devo rispondere negativamente. Non dimentichiamoci che il nostro sistema processuale penale si regge sul principio della ragionevole durata del processo. Personalmente ho sempre sostenuto che il processo penale dovesse avere addirittura un tempo specifico nel quale dovesse terminare per legge".
Ci spiega in parole semplici perché i processi penali durano tanto in Italia?
"Non solo quelli penali, purtroppo. Le cause sono molteplici. Le indicherò le tre più importanti, ovviamente a mio giudizio. La prima, è l'inefficiente organizzazione del "Sistema Giustizia". Come dico sempre ai miei studenti, noi abbiamo i migliori magistrati d'Europa che al tempo stesso sono i peggiori in fatto di organizzazione. La seconda, è l'eccessiva "criminalizzazione" di molte condotte che potrebbero essere risolte con sanzioni non di natura penale. La terza è la convenienza ad affrontare sempre i giudizi di appello che portano costantemente solo benefici al condannato. Iniziando a porre rimedio a questi tre fattori sono certo si porrebbe rimedio anche all'eccessiva durata dei processi in Italia".
Su questi aspetti non è che incida anche il ruolo del processo penale negli ultimi trent'anni?
"Non so se sia un caso, ma l'arco temporale che ha indicato lei risale proprio all'entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale voluto da due insigni giuristi, Giuliano Vassalli e Giandomenico Pisapia. Il prof. Vassalli, è stato uno dei miei maestri, sono certo che oggi non si riconoscerebbe più nel suo codice, così come credo lo stesso Pisapia. Il nuovo processo penale è fallito e ritengo sia giunta l'ora di depenalizzare molti reati che vanno spesso inutilmente a processo. La realtà inoltre ci conferma dati sconcertanti. Su dieci presunti colpevoli, sette sono innocenti e tre sono condannati. Vuol dire che siamo di fronte ad un sistema che non funziona e la prescrizione così com'è stata prevista non porterà alcun beneficio".
Secondo lei c'è qualche rimedio a quello che ci ha appena detto?
"Certo che c'è. Abbiamo anche la nostra stella polare e cioè la nostra Costituzione. Partendo da essa occorrerà, in primis, una seria riforma dell'organizzazione giudiziaria che nel processo penale parta dalla reale parità tra accusa e difesa e da un giudice assolutamente terzo e indipendente. Poi ritengo che un ruolo di primo piano lo svolgano anche i mezzi di formazione dell'opinione pubblica e cioè politica e mondo dei media. Per dirla in parole povere a me non piace la spettacolarizzazione della giustizia. In questa prospettiva, riformare la giustizia, in senso soggettivo e oggettivo, non può essere compito di pochi, ma di tanti. Occorrerà recuperare il senso del diritto come riferimento unitario della convivenza civile e in una democrazia moderna non può essere compito di una minoranza. Chiudo con il pensiero di Rosario Livatino che sposo in toto: "Il giudice di ogni tempo deve essere e apparire libero e indipendente, e tanto può essere e apparire ove egli stesso lo voglia e deve volerlo per essere degno della sua funzione e non tradire il suo mandato". Già provare a realizzare questo meraviglioso pensiero risolverebbe una buona parte dei problemi della giustizia italiana".










