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di Valentina Stella

Il Dubbio, 6 aprile 2022

“Sembra proprio che la politica non conosca il nostro lavoro e non comprenda le nostre dinamiche interne, finendo col partorire riforme che invece di far progredire la magistratura la riportano indietro di 50 anni”. Parola di Stefano Musolino, Segretario di Magistratura Democratica.

C’è molta agitazione all’interno della magistratura per i due emendamenti presentati dal responsabile Giustizia di Azione, Enrico Costa, alla riforma del Csm e “promossi” dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia. Ne parliamo con Stefano Musolino, segretario di Magistratura democratica.

Dottor Musolino, un emendamento prevede l’istituzione di un fascicolo delle performance. Che ne pensa?

Sembra proprio che la politica non conosca il nostro lavoro e non comprenda le nostre dinamiche interne, finendo col partorire riforme che invece di far progredire la magistratura la riportano indietro di 50 anni. Una siffatta riforma alimenta il conformismo giurisdizionale e rafforza il carrierismo.

Perché?

Il magistrato viene sollecitato ad adeguarsi all’orientamento giurisprudenziale prevalente per non avere difficoltà di carriera. Questo è prima di tutto un danno per i cittadini perché blocca l’evoluzione del diritto. Ma poi si trasforma anche in un veleno culturale all’interno della magistratura, in quanto il messaggio che ci viene dato è: ‘ Più stai tranquillo e buono e più farai carriera’. Quando i ceti meno protetti si presenteranno dinanzi ad un giudice chiedendogli una applicazione evolutiva della norma, si troveranno sempre di più dinanzi ad un magistrato più preoccupato della propria carriera che ad agire sine spe et sine metu, senza speranza né timore, ma facendo un responsabile esercizio della funzione in scienza e coscienza.

Tornando alla proposta Costa, nel nuovo fascicolo dovrebbe essere segnalata la eventuale “significativa anomalia” in relazione all’esito dei provvedimenti...

Forse l’onorevole Costa non sa che, già oggi, uno degli elementi delle valutazioni di professionalità è proprio la verifica di un apprezzabile numero di riforme delle richieste o dei provvedimenti. Le valutazioni di professionalità, contrariamente alla vulgata diffusa ad arte, non sono fatte per premiare alcuno. La logica invece è stabilire se esista una patologia nel modo in cui un magistrato esercita la sua funzione, non stabilire se è bravo in base al numero di provvedimenti accolti o non riformati. Peraltro non può mai essere un numero a dare un’autentica valutazione della qualità del magistrato. Per questo dico che chi propone queste misure non conosce il nostro lavoro. Aggiungo, anzi, che spesso capita di verificare come dietro statistiche lusinghiere si occulti un lavoro di bassa qualità. Chi si accontenta di leggere la magistratura attraverso le statistiche fa un favore a quei magistrati che, purtroppo, interpretano questo lavoro come numeri e burocrazia. Questi sarebbero i magistrati perfetti nell’immaginario dell’onorevole Costa, invece per noi sono i peggiori.

L’altro emendamento Costa prevede una sanzione disciplinare per chi ha emesso un ordine di carcerazione ‘ al di là dei presupposti di legge, omettendo di trasmettere al giudice, per negligenza grave e inescusabile, gli elementi rilevanti ai fini della decisione’...

Questa ipotesi già oggi genera sanzioni disciplinari, nessuno può nascondere prove favorevoli ad un soggetto per cui si chiede una misura cautelare, omettendole al giudice che deve decidere. Per questo le dico che tali proposte appaiono più tese a generare un pregiudizio, fondato su apparenze artificiose al fine di orientare l’opinione pubblica in un periodo di crisi della credibilità della magistratura, piuttosto che soluzioni funzionali a garantire ai cittadini una giustizia più efficiente ed efficace.

Sullo sfondo dei singoli emendamenti c’è un clima poco sereno all’interno della magistratura e a farne le spese è anche la dialettica con l’avvocatura...

La magistratura ha ben presente che esiste un problema legato alla qualità delle nostre valutazioni di professionalità. Siamo consapevoli che esse troppo spesso sono neutre e non sono in grado di descrivere qualità e limiti del magistrato.

E qui è il nocciolo. Se sono neutre subentra l’arbitrio...

Ed è per questo che dobbiamo ampliare le fonti di conoscenza. Ed è anche per questo che come Magistratura democratica da tempo diciamo che gli avvocati, che sono tra i protagonisti della giurisdizione, devono partecipare in maniera più attiva di quanto non avvenga oggi ai Consigli giudiziari.

Quindi appoggia la proposta del Pd che fa conferire il voto del Coa e non del singolo avvocato?

Apprezzo il metodo, ma non l’attribuzione di un voto al magistrato, perché anch’essa corrisponde ad una valutazione generica e burocratica, incapace di cogliere la complessità del nostro lavoro. Già oggi usiamo dei format di valutazione che ci aiutano molto bene a descrivere l’operato del magistrato. Il tema non è sostituirli o integrarli con un voto, ma riempirli di contenuti. È noto che semplificare valutazioni complesse non rende un buon risultato. E non dimentichiamo che la prima valutazione è quella fornita del capo dell’ufficio, che è la fonte principale di conoscenza. L’attribuzione delle pagelle al capo dell’Ufficio accentuerebbe la gerarchizzazione interna che è un veleno culturale che già alligna negli uffici di Procura e che incomincia ad inquinare anche quelli giudicanti. Non è un caso che Palamara, Ferri e vari politici interessati combuttassero per determinare non le sorti di un presidente della Corte di Appello, ma di un procuratore della Repubblica, in modo da garantirsi il controllo della giurisdizione. Ma, a quanto pare, i nostri riformatori preferiscono trascurare questi dati evidenti, rafforzando le cause strutturali della crisi della magistratura, invece di risolverle, in barba agli interessi dei cittadini a cui si vende fumo negli occhi.