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di Raimondo Bultrini


La Repubblica, 30 giugno 2021

 

Nelle librerie di Yangon e delle altre città birmane si moltiplicano i libri che riproducono i discorsi del generale Min Aung Hlaing che danno una versione stravolta degli eventi seguiti al colpo di Stato contro Aung San Suu Kyi. Gli arresti e le sanguinose repressioni diventano normali e democratiche misure di sicurezza per difendere la legge. Una versione prima utilizzata per motivare i soldati e ora imposta al paese.

Per 24 ore è circolata in rete la foto del dittatore birmano piccolo di statura vestito da laureato russo dentro una toga rossa accecante grande il doppio delle sue misure. Poi è quasi sparita al di fuori di qualche tweet, eliminando dalla storia un'altra delle tante memorie che nessun libro di testo del regime militare riporterà mai, l'antidoto ridanciano alle tensioni di una repressione feroce e ininterrotta da 5 mesi, con 850 vittime, migliaia di detenuti e orrende torture inflitte a moltissimi di loro.

Maggioranze birmane e minoranze etniche hanno associato l'immagine al lato debole del nemico comune sanguinario e sul campo invincibile, la vanagloria di un re che non è nudo, ma vestito da clown: il cappello da laureato più stretto del cranio, goffo in piedi di fianco a un corpulento e impassibile generale russo molto più alto di lui (non ce n'erano della stessa altezza in tutta l'Armata) in sobria divisa verde. Qualcuno sospetta che il governo di Mosca abbia voluto fargli un dispetto abbigliandolo così per una laurea accademica in 'Scienze della Difesa' chiaramente associata ai cospicui acquisti di armi firmati la settimana scorsa al Cremlino dal generale e capo di stato Min Aung Hlaing, l'uomo del ritratto. A sentire i dietrologi Putin non era rimasto troppo soddisfatto dell'incasso, sapendo che molti più miliardi Min aveva sganciato a Xi Jinping in cambio delle armi e della protezione cinese prima, durante e dopo il golpe di febbraio.

Per le genti del Myanmar che lo odiano ormai dal profondo dell'anima, ripiegare sul lato ironico della storia è una delle poche armi a disposizione di quanti, tra i membri della Disobbedienza civile, non hanno imbracciato i fucili come fanno altri. Sono costretti però a ridere in segreto della figuraccia di un uomo che si sta dimostrando estremamente pericoloso, perché la giunta sta migliorando velocemente la rete di controlli sulla telefonia mobile, oggi semiparalizzata dalle restrizioni Internet.

Ma sta avvenendo ben altro sul piano della riscrittura della Storia caratteristico di ogni conquistatore dopo la conquista. Il comandante generale Min i capitoli li sta vergando già oggi a futura memoria e i libri pubblicati sono tratti da suoi discorsi pubblici e ristretti disponibili oggi ovunque, come nella celebre strada dei Librai di Pansodan a Rangoon, dov'è sparito da 5 mesi ogni ritratto un tempo ubiquo di Aung Suu Kyi dagli scaffali e dalle copertine dei testi ammessi dalla Censura militare.

Dall'alto del trono della Capitale dei Re, cioè Naypyidaw, il comandante in capo dell'esercito e del paese sta passando o cercando di far passare tra la popolazione civile attraverso una cospicua pubblicistica la stessa versione degli eventi servita a convincere i suoi soldati e inferiori che si era giunti a un punto di non ritorno nell'alleanza con il governo civile della Lega per la democrazia. D'accordo o in dissenso i librai espongono questi piccoli tomi che spiegano come mai la cancellazione del voto di novembre e l'arresto di leader come Aung San Suu Kyi hanno sventato i pericoli di anarchia e dissoluzione dell'Unione. Nessun cenno alle feroci repressioni degli ultimi 5 mesi per un pubblico finora ristretto a militari e supporter del regime, ma potenzialmente esteso alle prossime generazioni di studenti costrette a studiarseli con cura per passare gli esami.

Min Aung Hlaing è l'autore o ispiratore di diversi libri che l'attuale ministro militare dell'Informazione U Chit Naing si è premurato di presentare al pubblico con tre titoli che raccolgono ciascuno una selezione dei suoi discorsi tenuti in varie circostanze. Il settimanale birmano in lingua inglese Irrawaddy ne cita uno chiamato "È tempo che le persone distinguano tra giusto e sbagliato, giustizia e ingiustizia" che contiene più di 90 articoli sul pensiero del leader per lo più pubblicati sui quotidiani controllati dalla giunta Myanma Alinn e Kyemon. Un esempio di revisionismo a caso: "La polizia militare - ha detto - sta svolgendo il suo lavoro in conformità con le pratiche democratiche e le misure che sta adottando sono persino più morbide di quelle di altri paesi".

Per ora nessuno tra birmani ed etnici di fede democratica si beve la nuova versione degli eventi d'inizio anno che già circola nei tre testi e altri in uscita destinati al solo pubblico di militari e sostenitori del regime in cerca di risposte alla domanda: "Perché stiamo facendo tutto questo?". Quando l'oggi diventerà storia da memorizzare i futuri studenti troveranno certo molte altre fonti con la vera storia del golpe, ma difficilmente potranno raccontarla ai professori che li esamineranno, vincolati come loro a testi e programmi stabiliti dai ministeri militari.

La narrativa ufficiale del regime da offrire ai posteri è riassunta in ciascuno dei discorsi pubblicati e tenuti in varie circostanze da Hlaing. Anche questi diventeranno testi scolastici, quantomeno per le facoltà di storia delle università, attualmente boicottate in gran numero da insegnati e studenti. Il 2 marzo, un mese dopo il golpe, il generale supremo spiega così le punizioni inflitte ai dipendenti pubblici che si sono ribellati. "Alcuni - disse - hanno preso i loro stipendi senza andare a lavorare, adducendo vari motivi. I rispettivi ministeri avvieranno sistematiche ispezioni. Circolano contenuti illegali e foto (delle manifestazioni di studenti, ndr) che ritraggono chi indossa abiti indecenti contrari alla cultura birmana, soprattutto sui social. Tali atti intendono danneggiare la moralità delle persone, quindi sono necessarie azioni legali". I messaggi culturali passano dal capo supremo ai suoi vice e giù giù fino all'ultimo fante spedito a combattere lungo i confini dell'Unione di Myanmar. Lo scopo è esaltare la supremazia militare e politica della maggioranza di etnia Bamar buddhista come la sola in grado di evitare il baratro dell'anarchia e - più pragmaticamente - dominare territori ricchi di risorse da sfruttare. Uno dei libri che Min Aung Hlaing ha senz'altro studiato a fondo durante i cosi di "psicoguerra" si può trovare liberamente anche dai librai che espongono la loro merce con approvazione ministeriale sui marciapiedi di Pansodan road, oggi pieni di negozi e librerie (e la letteratura "illegale" su ordinazione in fotocopia).

Si tratta dell'Arte della guerra di Sun Tsu, pensatore cinese vissuto 2500 anni fa, ispiratore di Mao come dei generali birmani e di quelli americani addestrati a West Point su questo manuale di tattiche per conquistatori. È un trattato machiavellico destinato a istruire non il re, ma i suoi soldati su come preparare una guerra, che non è cosa semplice ma richiede l'analisi delle forze fisiche e psicologiche in campo, dell'ambiente naturale attorno al fronte di battaglia e dei punti deboli o di forza dell'altrui difesa.

Meno facile da trovare in libreria, anche se ispirato agli stessi principi di questo antico di strategia militare, è una raccolta di riflessioni, in gran parte segrete, del primo dittatore dell'attuale dinastia che contribuì notevolmente a creare l'odio tra birmani e resto delle minoranze in nome del divide et impera attribuito a Giulio Cesare. Chiamata in suo nome Dottrina Ne Win, è un manuale di strategia privo di scrupoli etici, ispirato agli stessi trucchi consigliati 2500 anni fa da Sun Tsu che ogni generale dovrebbe adottare per ottenere la vittoria sul nemico, sia esso un esercito armato etnico o un movimento dissidente politico popolare e pericoloso.

Tra la fine degli anni 40 e 50, quando una pace duratura post-indipendenza poteva portare a un governo e un esercito federale di pacificazione nazionale, Ne Win ha capito che senza avversari da combattere non avrebbe avuto ragione di chiedere all'allora governo civile di espandere le truppe dei birmani. La strategia di provocazione e istigazione all'odio adottata in regioni di natura ribelle come Kachin e Karen era basata proprio su questa esigenza di accrescere il numero dei nemici. Villaggi bruciati, ingiustizie e persecuzioni ottennero lo scopo di far crescere i gruppi di guerriglia, contro i quali servirono armi sempre più sofisticate oltre che uomini. Così l'esercito è passato dai 2000 soldati nel post liberazione agli attuali 500mila.

Oggi i militari decidono tutto da soli e prendono il 40 per dell'intero bilancio statale attualmente destinato anche a combattere un nemico interno, gente della stessa fede ed etnia buddhista che ha osato sfidare in massa nelle strade delle città il loro potere. Nei libri attribuiti a Min Aung Hlaing in circolazione oggi, i lettori trovano questa spiegazione che nelle sue intenzioni formerà d'ora in poi la versione "storica" ufficiale: "Le manifestazioni (di protesta) sono causate - ha detto - da persone scontente per l'azione intrapresa contro i brogli elettorali (attribuiti al partito di Aung San Suu Kyi) e per le restrizioni di prevenzione e contenimento del Covid-19. La polizia del Myanmar sta controllando la situazione con il minimo della forza e con i mezzi meno dannosi".

Quanto fosse falso oggi lo sappiamo tutti visto l'alto numero di vittime e le violazioni di qualsiasi codice internazionale dei diritti umani. Ma la domanda resta la stessa: e domani? Tra gli articoli della raccolta che distingue tra "il giusto e lo sbagliato" ce n'è uno che giunge ad accusare gli influencer dei social network di aver istigato le proteste. "Se le persone sono morte e sono state arrestate - è scritto - è per causa loro". Come quando nei libri di testo del 1988 la rabbia di un intero popolo venne attribuita all'istigazione di Aung San Suu Kyi "in combutta con l'Occidente".