di Leonardo Martinelli
La Repubblica, 26 maggio 2024
“Utilizzati come schiavi per truffe online”. Decine di ragazzi tra i 20 e i 30 anni hanno riposto ad annunci di lavoro in Tailandia nel mondo del tech per poi finire nelle cittadelle della cybercriminalità. Per 17 ore al giorno adescavano potenziali vittime su social e app, parlando con loro, con il volto e la voce modificati dall’intelligenza artificiale. Una storia incredibile, una nuova schiavitù dai percorsi davvero globalizzati. Diverse decine di marocchini (ma secondo il quotidiano Le Monde, sarebbero già quasi 200) sono tenuti prigionieri in campi di lavoro nel Myanmar, l’ex Birmania, utilizzati per truffare online persone in tutto il mondo, ma soprattutto americani: giocatori d’azzardo, ma anche chi vorrebbe una storia d’amore o procurarsi un business proficuo. In che modo dei giovani fra i 20 e i trent’anni, in arrivo dal Marocco, si sono ritrovati schiavi dall’altra parte del mondo? E in conglomerati controllati dalle mafie cinesi?
In realtà lo stesso destino sta toccando a tanti altri giovani, in arrivo dai Paesi più diversi, perché quei malfattori hanno bisogno di maestranza che pratichi ogni lingua. In Marocco, comunque, la vicenda domina ormai da giorni i media. Il procuratore generale del re ha aperto un’inchiesta e le autorità si stanno muovendo per ottenere la liberazione dei connazionali. Le vittime in molti casi avevano un lavoro in patria o studiavano all’università. Sono stati contattati online da sconosciuti, spesso altri marocchini, che ricercavano competenze informatiche o più in generale nel settore commerciale. Proponevano posti di lavoro nell’e-commerce in Tailandia con un salario interessante. I candidati hanno dovuto passare addirittura delle selezioni in videoconferenza con i presunti datori di lavori.
Dopo che l’offerta veniva accettata, s’invitava la persona a prendere un aereo fino alla Malesia, che non richiede un visto ai cittadini marocchini. Una volta giunti sul posto, i neoassunti erano accolti nelle migliori condizioni possibili. Risiedevano due o tre giorni in un albergo a Kuala Lumpur, senza dover pagare niente, il tempo di ottenere un visto per la Tailandia. Il giorno dell’arrivo a Bangkok, una vettura con autista li attendeva all’uscita dell’aeroporto.
“L’uomo al volante mi ha detto che mi avrebbe portato nella città dove avrei cominciato a lavorare. Ero sfinito e mi sono addormentato. Al mio risveglio, ho capito che mi trovavo dove non avrei dovuto essere”, ha dichiarato Karim, uno dei malcapitati, a Le Monde. Era finito in Birmania, nello stato di Karen, ma subito al di là della frontiera thailandese, un confine molto poroso. È lì, in una regione che è uno degli epicentri della lotta che oppone i movimenti dei ribelli alla giunta al potere, che si trovano le “scam cities”, le città della truffa, sotto il controllo delle triadi cinesi. Karim era sbarcato a meno di un’ora di strada a Sud di Myawaddy, centro nevralgico della cybercriminalità. Dopo il golpe militare del 2021, le loro attività sono cresciute. Visti gli interessi cinesi in loco, è una delle ragioni della connivenza di Pechino con il nuovo regime.
Nel novembre 2023 il Digital Forensic Research Lab ha tirato l’allarme su questa “operazione massiccia di sequestri e truffe a partire dalla Birmania su scala mondiale”. “Viene schiavizzata manodopera per truffare persone nel mondo intero e guadagnare milioni di dollari all’anno”, aggiungeva questo think thank americano, che dipende dall’Atlantic Council. I cyberschiavi marocchini avrebbero raggiunto la zona tra il novembre 2023 e il febbraio 2024. In quei conglomerati, che fungono da campi di lavoro, hanno incontrato altri giovani provenienti dal Sud-Est asiatico, dalla stessa Cina, dal Giappone, dalla Russia, dallo Sri Lanka, dal Tagikistan, ma anche dalla Tunisia e dal Libano. Ci sono, poi, tanti subsahariani, che “sono quelli trattati peggio di tutti”, ha sottolineato Karim.
La vita è infernale: si lavora dal lunedì alla domenica, senza sosta, “17 ore al giorno”, ha precisato a Le Monde Mohamed. Ha vissuto più di tre mesi in uno di questi campi. Mediante un computer o un cellulare, doveva cercare di adescare le potenziali vittime su Facebook, Instagram, LinkedIn e Tinder, facendosi aiutare dai traduttori online. Altri dovevano interloquire con loro, con il volto e la voce modificati dall’intelligenza artificiale. Si creavano falsi profili, di uomini e donne bellissimi e molto ricchi.
Karim assicura di essere stato picchiato e privato di acqua e cibo per diversi giorni. Intanto ha visto i suoi guardiani uccidere due colleghi cinesi. Taib Madmad, segretario generale dell’Amdh, l’Associazione marocchina dei diritti umani, ha sottolineato che “finora, nel nostro Paese, avevamo a che fare con i giovani senza diploma e senza lavoro che affrontano il Mediterraneo per raggiungere l’Europa. Ma in questo caso si tratta perlopiù di giovani che avevano un lavoro e con studi universitari alle spalle”.
Per lasciare il campo dove era sequestrato, Mohamed assicura di aver pagato 6mila dollari in criptovalute. Altre famiglie hanno fatto lo stesso per ottenere la liberazione dei propri familiari. Ma c’è chi non ha le risorse necessarie per rispondere a quelle richieste di ricatto, equivalenti a venti volte il salario minimo del Marocco. Karim non ha pagato niente, ma è stato aiutato da Ong locali per fuggire. Intanto le cose si stanno muovendo in Marocco, le autorità stanno intervenendo. E altri giovani marocchini starebbero ritornando a casa.










