di Claudia Procentese
Il Mattino, 11 febbraio 2015
Il dramma di un uomo che ha scontato la pena nell'Opg di Secondigliano Internato per 30 anni, nessuno lo vuole M. faceva il fotografo, poi la confusione mentale lo ha gettato in un ospedale psichiatrico giudiziario. A 23 anni finisce all'ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa, M. si macchia di un delitto che gli varrà il soprannome di "cava occhi": tenta di estirpare i bulbi oculari ad un altro internato. Poi uccide il suo compagno di cella.
La condanna a trent'anni vissuti in totale isolamento, scelto perché M. non vuole più avere contatti con il mondo di fuori e subito per la paura di tutti di stargli accanto. Trasferito nell'86 nell'Opg di Reggio Emilia, vi resta fino al 2008 quando ritorna in Campania, in quello di Secondigliano. M. il mese prossimo è un cittadino libero.
Dopo trent'anni da recluso vivo, gran parte trascorsi nei due ospedali psichiatrici giudiziari della Campania, potrà riacquistare la libertà. Fine pena. Ma per lui, la libertà sarà l'anticamera di una nuova sofferenza: una volta uscito dall'Opg, non troverà nessuno ad accoglierlo. Libero sì, ma senza méta di vita. M. ora ha cinquantatré anni, è recluso dal 1985 e solo da qualche anno dorme su un materasso. Prima lo strappava per infilarsi dentro, spesso senza vestiti, come in una sorta di guscio protettivo.
Faceva il fotografo M., e, giovanissimo, filtrava la realtà attraverso il vetro sottile dell'obiettivo fino a quando, un giorno del marzo di trent'anni fa, tentò di uccidere a colpi di forbici un amico. Gli occhi per scoprire il mondo da quel momento furono la vista sull'inferno dell'ospedale psichiatrico giudiziario. Divenne, cosi, un "mostro", con un'etichetta appiccicata ad un destino che non ci si può scrollare più di dosso.
La storia di M. inizia dove nasce, in un paese all'estremo sud della Campania, a pochi chilometri dalla Basilicata, al confine con la Calabria. È qui che, dopo il servizio militare, lavora nel ristorante di famiglia con i genitori ed altri sei fratelli. Si appassiona alla fotografia, quasi con il desiderio spasmodico di conservare emozioni e pensieri nel ripostiglio di una memoria artificiale, quella che, lui sa, non lo tradisce.
Ha 21 anni quando si manifestano i primi segni di un disturbo psichico e per questo viene seguito dal Centro di salute mentale di zona, nelle sue prime organizzazioni sul territorio. Due anni dopo, il ragazzo si scaglia contro un amico del padre, colpendolo alla testa con un paio di forbici. Viene arrestato dai carabinieri e, nell'atto di ribellarsi, aggredisce uno di loro. Lesioni personali, resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale le accuse.
Finisce dritto nell'Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa, un lager che in quegli anni si regge sulla logica del letto di contenzione per arginare il disagio mentale, e dove Massimo si macchia di un ulteriore delitto che gli varrà il soprannome di "cava occhi".
Passano, infatti, solo sei mesi e tenta di estirpare i bulbi oculari ad un altro internato. Non gli riesce, ritenta un anno dopo. È febbraio del 1986, sono quasi le otto di mattina, nella mente di M. arriva di nuovo la notte. Uccide a sangue freddo il suo compagno di cella. In nessuna cartella si dice come, ma nasce il "mito criminale" di M. che a mani nude, con una manovra impensabile anche a qualsiasi chirurgo, cava gli occhi a chi gli sta vicino. Gli occhi, le foto, un filo conduttore che tiene insieme i suoi deliri, diranno gli psichiatri.
Si narra che addirittura, anni dopo, un regista americano si sia interessato al caso per farne un film. Ma è solo la leggenda che alimenta se stessa. Scatta la condanna a trent'anni vissuti in totale isolamento. M. non vuole più avere contatti con il mondo di fuori, scatta la paura di tutti di stargli accanto, è la pena senza la possibilità di un punto e a capo. È nel suo mondo di dentro che M. si rifugia, in quell'ergastolo bianco vissuto nel sistema degli Opg.
Nessun perdono umano, nessuna assoluzione terrena, nessun indulto o amnistia. M. viene trasferito nel 1986 nell'Opg di Reggio Emilia, vi resta fino al 2008 quando ritorna in Campania, in quello di Secondigliano. Un riavvicinamento dettato da motivi pratici di reinserimento nel luogo d'origine, visto che M. dal mese prossimo è un cittadino libero.
È "arrivato al massimo edittale", si dice in gergo giudiziario, ha pagato il suo debito con uno Stato che ora lo dimentica. La chiusura dei sei Opg a livello nazionale è dietro l'angolo, come previsto dalla legge numero 81 del 30 maggio 2014. Ï ministro della Giustizia Orlando è stato categorico: nessuna proroga, ultima scadenza 31 marzo 2015. Al loro posto a Rems, articolazioni sanitarie in carcere e Dipartimenti della salute mentale potenziati.
Questo sulla carta. Ma le Rems di Caserta ed Avellino non so no ancora in funzione, forte è il ritardo da parte dei Dipartimenti di Salute Mentale nei programmi individuali per la presa in carico dei loro pazienti, e spesso assenza di strutture territoriali idonee e disponibili ad accoglierli. Chi si prenderà adesso cura di M.?
La legge prevede che M. venga preso in carico dell'Asl di appartenenza, quella di Salerno, che sconterebbe ritardi rispetto alla tabella di marcia prevista dalla legge. La famiglia non rivuole più questo 53 anni di cui ha ormai paura.
"Noi siamo pronti - dichiara Antonella Guida, direttrice sanitaria dell'Asl Napoli 1 Centro - Stiamo mettendo m campo le risorse di personale che servono per i progetti riabilitativi individuali destinati ai nostri 18 pazienti. Non abbiamo grosse difficoltà, resta però il problema di tenere m gestione pazienti che non sono della nostra Asl, tutto graverà su di noi a meno che l'amministrazione penitenziaria non voglia assumere decisioni diverse, ad esempio con trasferimenti verso altri opg ancora non in dismissione. Finché avremo persone da assistere faremo il nostro dovere, anche se non ci toccherebbe".
Libero M. ma non dal suo disagio. Farfuglia qualche parola incomprensibile, vive come in una tana, non socializza, non chiede più nemmeno le sigarette, non è più aggressivo, non è capace di badare a se stesso, si affida ai medici e agli operatori che lo assistono perché ha imparato a conoscerli.
"Io l'ho incontrato almeno tre volte in un lungo arco di tempo, oltre dieci anni, nelle visite realizzate negli Opg di Aversa e Napoli, - racconta Dario Stefano Dell'Aquila, autore di ricerche e inchieste sui manicomi e componente dell'Osservatorio nazionale sulla detenzione - L'ho sempre trovato in una cella liscia, priva di suppellettili, senza arredi, tavolo o televisione. Il suo caso dimostra come il manicomio produce violenza e rende violente le persone, quando sono trattate come animali. Lo stigma con cui è stato marchiato ha impedito qualunque ipotesi di intervento sociale e di reinserimento.
Il rifiuto a farsene carico, anche a pena scontata, conferma l'incapacità, non di un singolo operatore, ma di un intero sistema pubblico a farsi carico dei sofferenti psichici, specie di quelli per i quali gli ospedali psichiatrici giudiziari sono stati un luogo in cui essere parcheggiati e dimenticati". Solo di recente ha balbettato la parola "mare". Voleva vedere il mare, come quello del suo paese natale. E i medici che lo seguono l'hanno portato a Mergellina. Una pizza sugli scogli fissando la distesa d'acqua oltre il molo, senza lasciare trasparire alcuna emozione all'esterno, a quel mondo che lo ha lasciato solo.











