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di Antonio Mattone

Il Mattino, 28 giugno 2026

“La morte del giovane Lorenzo ci addolora e ci appartiene. La morte di un ragazzo innocente per mano violenta è una ferita che logora l’anima, una sofferenza che è una condanna a vita”. Sono le parole toccanti dei genitori di Francesco Pio, il pizzaiolo diciottenne ucciso tre anni fa a Mergellina a cui si uniscono quelle della madre di Giogiò, il giovane musicista che perse la vita in piazza Municipio, ucciso durante una lite scoppiata per uno scooter parcheggiato male: “sono di nuovo davanti a una bara bianca a piangere un’altra vittima senza colpa”. 

Parole amare di padri e madri che, mentre stanno cercando di elaborare il lutto impegnandosi a parlare nelle scuole o provando ad aiutare le persone più sfortunate come i senza dimora, vedono riandare le lancette dell’orologio a quegli istanti tragici, quando la violenza di altri giovani gli ha tolto per sempre i loro figli, facendo così rivivere quel dolore straziante che solo un genitore può capire. 

Lorenzo, Francesco Pio, Giogiò, Fabio erano bravi ragazzi, estranei alle logiche criminali. Avevano intrapreso la strada del lavoro onesto o dello studio, facendo tanti sacrifici.   

C’è un filo rosso che lega tutte queste storie: erano giovani che cercavano di trascorre qualche ora di svago, andando a mangiare un cornetto, un panino o a giocare una partita di calcetto, la cui vita è stata spezzata da adolescenti spietati, esistenze perdute finite nel vortice della delinquenza, con l’ossessione di essere qualcuno e ostentare un potere cinico e crudele. Oggi il ricorso alle pistole o ai coltelli sta diventando normalità quotidiana, soprattutto tra i giovanissimi, un gesto per sancire una superiorità, favorito dalla facilità con cui ci si può procurare un’arma.

Le carceri campane sono sempre più popolate da giovani. Si è abbassata l’età di chi finisce in carcere per la prima volta. Infatti a Poggioreale, nel padiglione Firenze dove sono reclusi coloro che commettono il primo reato, si incontrano tanti volti che sembrano quasi bambini. 

Parlando con alcuni di loro, soprattutto quelli appena arrivati, ho avuto la percezione che non si rendessero conto della gravità di ciò che hanno commesso. Talvolta è difficile anche interloquire: alle domande rispondono con monosillabi e non sembrano spaventati di quello che li attende. La permanenza in cella sembra solo una normale parentesi. 

Il carcere oggi non riesce a rieducare. Il sovraffollamento, la carenza di personale, i corsi che non aprono a sbocchi lavorativi concreti, sono solo alcune delle cause di tanti fallimenti.

Tuttavia colpisce anche Il distacco che hanno questi giovani dalle loro famiglie. Sembrano orfani che hanno come unico punto di riferimento la fetta di potere e di considerazione che riescono a conquistare.  Quello della violenza giovanile è un fenomeno complesso, un male oscuro della nostra città su cui bisogna agire su diversi fronti. Dal controllo del territorio alla proliferazione e delle armi, fino al contrasto dell’abbandono scolastico.

Ma quello che certamente non dobbiamo fare è assuefarci e rassegnarci come ha affermato il direttore di questo giornale. Pensare che la violenza dei giovani sia un male ineluttabile. Un effetto collaterale della mentalità della nostra società, mentre la città dei turisti e dei grandi progetti corre verso ambiziosi traguardi. La morte di un ragazzo non è mai una cosa normale né una tragica fatalità. È un dramma che coinvolge tutta la comunità cittadina, non solo coloro a cui questi giovani sono cari. Nessuno può voltarsi dall’altra parte. Occorre fermarsi e riflettere su quanto avviene tra le giovani generazioni. Bisogna cominciare dalle periferie degradate per costruire spazi di ascolto e di confronto. Va sostenuta la scuola che con grande fatica e con l’impegno di valorosi insegnanti cerca di creare percorsi innovativi con gli studenti. Vanno ascoltati i ragazzi problematici e dedicare tempo a loro. Certamente non serve mettere metal detector o abbassare l’età imputabile, come si è sentito dire in questi mesi. Ma soprattutto bisogna partire dai bambini perché il futuro di Napoli si costruirà dalle passioni e dall’identità che saremo in grado di trasmettergli.