di Paolo Cutillo
informareonline.com, 3 febbraio 2026
Il cancello del carcere di Poggioreale non è solo un confine fisico. È una linea netta che separa chi resta visibile da chi, molto spesso, smette di esserlo. Dentro, il tempo cambia densità: rallenta, si accumula, si stratifica. Le giornate si assomigliano tutte, e il rumore di fondo è quello di una vita sospesa. È in questo spazio che, da oltre dieci anni, esiste un progetto che prova a fare una cosa semplice e radicale insieme: trattare le persone come persone. A raccontarlo sono Giacomo Smarrazzo, presidente della cooperativa Era, insieme a Giuseppe Pollio e Roberta Battinelli, operatori del Progetto IV Piano, nato all’interno del Padiglione Roma della Casa Circondariale di Poggioreale, in integrazione con il SerD Area Penale dell’ASL Napoli 1 Centro. Un ex spazio abbandonato, all’ultimo piano, diventa laboratorio, luogo di relazione, terreno di possibilità. Nessuna formula salvifica, nessun proclama. Solo presenza costante.
“Noi non facciamo beneficenza - dice Smarrazzo - Proviamo a costruire opportunità”. In carcere, le opportunità non sono mai neutre. Sono scelte che vanno controcorrente, piccoli atti di disobbedienza alla logica dell’istituzione totale. La cooperativa Era nasce formalmente nel 2012, ma affonda le radici molto prima, nelle periferie di Napoli degli anni Ottanta, quando l’eroina, il disagio mentale e l’assenza di servizi non erano temi da dibattito pubblico ma urgenze quotidiane. Da quelle esperienze di attivismo civico prende forma una cooperazione sociale che cresce insieme al servizio pubblico, soprattutto nell’ambito delle dipendenze e della salute mentale, con un’idea chiara: rafforzare la funzione pubblica dei servizi senza perdere di vista le persone.
Quella stessa visione entra oggi in carcere, un luogo che per definizione tende a livellare tutto. Qui la dipendenza rischia di diventare solo un fascicolo clinico, una diagnosi da gestire. Il IV Piano fa altro. Accanto alla presa in carico terapeutica, propone laboratori di scrittura, lettura, manualità, musica, attività culturali. Non per “riempire il tempo”, ma per rimettere in moto qualcosa che spesso è fermo da anni. “La dipendenza non è solo consumo di sostanze - spiega Roberta Battinelli - È una destrutturazione della vita. Se non lavori anche su questo, il resto non regge”.
Il progetto - Il cuore del progetto è lo sportello per le misure alternative al carcere, un lavoro paziente di rete con magistratura, servizi territoriali e comunità terapeutiche. I numeri raccontano una concretezza che non ha bisogno di enfasi: nel 2023, 144 persone accompagnate fuori dal carcere; nel 2024, 132 invii in comunità terapeutiche, distribuite in 38 strutture su tutto il territorio nazionale. Ogni numero è una storia che prova a non tornare indietro. Il IV Piano non vive in una bolla. Napoli cambia pelle rapidamente, si espone, si racconta. Ma mentre alcune zone vengono celebrate come “rigenerate”, altre persone spariscono dalla scena: senza casa, senza residenza, senza accesso ai diritti minimi. “Quando il disagio diventa ingombrante, la risposta più semplice è spostarlo altrove”, osserva Giuseppe Pollio. E il carcere, spesso, diventa il luogo dove finiscono le contraddizioni irrisolte della città. Dentro questo scenario, progetti come il IV Piano tengono insieme una parola che oggi sembra scomoda: socialità. Funzionano perché non separano la cura dal contesto, perché non pensano che la risposta possa essere solo sanitaria o solo punitiva. “Noi entriamo in carcere con la consapevolezza che questo sistema, così com’è, non funziona”, aggiunge Battinelli. “Il nostro lavoro è aiutare le persone a uscirne, non ad adattarsi”.
C’è stato anche un tempo in cui, dentro Poggioreale, funzionava una piccola pizzeria gestita dai detenuti. Pizze vendute agli altri reclusi. Un gesto minimo, quasi banale, eppure enorme: competenze riconosciute, responsabilità, normalità. È durata poco, come molte cose fragili. Ma l’idea resta. Alla fine, il Progetto IV Piano non parla solo di carcere o di dipendenze. Parla di che tipo di comunità vogliamo essere. Perché accompagnare una persona fuori da un vicolo cieco costa meno - umanamente ed economicamente - che lasciarla lì. E perché, ogni tanto, anche dietro un cancello chiuso, può ancora succedere qualcosa che assomiglia alla dignità.










