di Antonio Mattone
Il Mattino, 8 aprile 2022
Che percezione hanno oggi i giovani della camorra? Cosa sanno dei giudici Falcone e Borsellino, di Giancarlo Siani, di don Peppe Diana e di tutti coloro che hanno dato la vita per contrastare e combattere le mafie? E giudicano comunque degni di rispetto i boss di ieri e di oggi? Sono alcune delle domande attorno a cui ruota il questionario lanciato da “Il Mattino” nelle scuole della provincia di Napoli per intercettare il livello di conoscenza degli studenti del fenomeno criminale e per sensibilizzare le nuove generazioni alla cultura della legalità.
Sono trascorsi ormai quarant’anni dalla marcia contro la camorra degli studenti ad Ottaviano, ma sembra essere passata un’eternità. Una iniziativa che partì dalle assemblee del liceo scientifico di Acerra e dal classico di Pomigliano d’Arco e che poi coinvolse gli alunni di Castellammare di Stabia, Torre del Greco e di altri paesi dell’hinterland napoletano, fino a connettersi con quelli di Palermo dove in quei giorni era stato ucciso Pio La Torre. Un grande movimento di opinione che nacque dal basso come reazione alla violenza criminale esercitata da Raffaele Cutolo e che spinse fin dentro le strade del paese del “professore” diecimila ragazzi, sotto gli sguardi guardinghi e circospetti degli affiliati alla Nco.
Nei giorni scorsi, proprio in una scuola di Pomigliano, abbiamo registrato come una percentuale non trascurabile di alunni abbia ritenuto l’omertà un fenomeno da non condannare e i boss persone comunque degne di rispetto. Una indulgenza verso chi non denuncia il malaffare e una attrazione perversa del male che sono subito apparse preoccupanti e che ha spinto il nostro giornale ad intraprendere la campagna conoscitiva a cui stanno aderendo numerosi istituti scolastici.
Dobbiamo riscontrare un arretramento della scuola, delle istituzioni e più in generale del mondo degli adulti sul fronte dell’impegno culturale sulla lotta alla camorra e al malaffare. In passato si organizzavano assemblee con magistrati, giornalisti e preti per parlare della presenza pervasiva dei clan criminali nella vita cittadina.
Ho un ricordo vivido, ad esempio, della visita del Vescovo di Acerra, don Riboldi, al liceo del Vomero che frequentavo. Un’assemblea molto partecipata, cui seguì un vivace dibattito. Se si eccettuano alcune iniziative, come quella del liceo di Pomigliano o degli appuntamenti annuali della giornata in memoria delle vittime innocenti della criminalità organizzata, appuntamenti importanti che però andrebbero approfonditi e analizzati durante tutto l’anno scolastico, della parola camorra non se ne sente parlare troppo. Eppure ci troviamo difronte a sistemi criminali in evoluzione, come è stato descritto dalla recente relazione semestrale della Dia.
Infatti, accanto agli omicidi e ai reati classici della malavita, si registrano infiltrazioni criminali nel tessuto economico e produttivo attraverso sofisticate operazioni di riciclaggio nelle aziende, all’azione di insospettabili colletti bianchi divenuti fiduciari dei clan, a reati che vengono consumanti utilizzando il mondo della rete. Del resto, il procuratore della Repubblica di Napoli Gianni Melillo, in occasione della conferenza organizzata dal vescovo don Mimmo Battaglia “Perché la camorra non uccida Napoli”, aveva denunciato che “la camorra è dentro lo Stato e in più contesti le cosche controllano le istituzioni”. Parole che avrebbero dovuto far saltare sulla sedia, ma che sono durate giusto il tempo di un titolo di prima pagina per poi finire nel dimenticatoio.
Nuovi scenari di cui i ragazzi devono prendere subito coscienza per essere i protagonisti del cambiamento e della lotta all’illegalità. È necessario allora riprendere quella battaglia culturale che delinei il confine tra il bene e il male, che sappia prima descrivere e poi prendere le distanze da quegli atteggiamenti di cui si nutre la narrazione camorrista. Ricordo che negli anni in cui Raffaele Cutolo era rinchiuso in prigione, ad Ottaviano si diceva che bisognava tributargli grande rispetto perché non si era mai pentito. Probabilmente aveva barattato il suo silenzio con delle garanzie sulla sua famiglia. Occorre invece ricordare i fiumi di sangue fatti scorrere, che non risparmiarono neanche i bambini come la piccola Simonetta figlia del magistrato Alfonso Lamberti, uccisa a 11 anni da un commando cutoliano.
Bisogna poi far conoscere la storia dei tanti uomini giusti che hanno perso la vita per servire lo Stato, la verità o il prossimo. Non sapere chi fosse don Peppe Diana o Giancarlo Siani sarebbe una grave mancanza per uno studente liceale di oggi. Testimonianze di uomini straordinari nella loro semplicità, che hanno incarnato quella “la religione del dovere”, che infonde forza e serenità pur nella consapevolezza del pericolo.
A quarant’anni dalla prima rivolta anticamorra, “Il Mattino” riprende quel cammino a partire dalle scuole, nello stesso tempo, chiama ciascuno a farsi carico della battaglia per liberare la nostra terra dal malaffare.










