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di Ida Palisi

Corriere del Mezzogiorno, 13 marzo 2025

L’attore e regista con Maurizio de Giovanni nel carcere: il fatto di provenire dal mondo dei “liberi”, popolato da persone che pur commettendo gravi errori non ne pagano le conseguenze, mi fa scattare un sacro rispetto per i detenuti. “Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio”. Sarà nel magico mondo di Macondo raccontato in Cent’anni di solitudine da Gabriel Garcia Màrquez, l’incontro nel carcere di Secondigliano delle persone recluse con la grande letteratura mondiale. A condurlo, questo pomeriggio alle 16, Maurizio de Giovanni insieme con Fabrizio Bentivoglio, alla presenza della direttrice del carcere Giulia Russo.

Si tratta di un appuntamento della rassegna “Libri Liberi” promossa dalla Fondazione De Sanctis con il patrocinio del ministero della Giustizia e in collaborazione con il Centro per il libro e la lettura del ministero della Cultura, che porta i capolavori della letteratura nelle carceri italiane, con l’aiuto di scrittori e attori. La rassegna, dopo un giro per l’Italia, si chiuderà a Napoli il 21 dicembre nell’Istituto penale per i minorenni di Nisida. Intanto, oggi una strana alchimia unirà lo scrittore della Napoli “nera” de Giovanni, al regista e attore Bentivoglio che quasi trent’anni fa impersonò un prete pedofilo alle prese con la camorra, nel bellissimo film di Antonio Capuano Pianese Nunzio, 14 anni a maggio.

Bentivoglio perché ha scelto Napoli?

“Ho accettato la bellissima proposta degli organizzatori, sono loro che hanno scelto per me, io mi sono lasciato portare qui ben volentieri, anche per l’abbinamento per me fortunato con Maurizio de Giovanni che conosco e apprezzo. Il fatto di avere lui come “Virgilio” mi onora. Con Napoli poi ho un rapporto che dura da sempre, dai lavori con Peppino Patroni Griffi e Antonio Capuano, all’esperienza con la piccola Orchestra Avion Travel: tra spettacoli teatrali, film e dischi, ho sempre avuto Napoli sulla mia strada”.

Cosa c’entra Cent’anni di solitudine con il carcere di Secondigliano?

“La solitudine della famiglia Buendìa dispersa in un villaggetto nel mezzo della foresta amazzonica colombiana diventa in qualche modo lo specchio della solitudine all’interno del carcere. E questi incontri vengono fatti per tenerci compagnia, per rompere il muro di solitudine che sentiamo tanto anche noi che siamo liberi, figuriamoci loro che sono reclusi”.

Il romanzo racconta di sette generazioni, è complicatissimo. Quali parti leggerete?

“Sarebbero tutte da scegliere ma, per tagliare la testa al toro, rileggeremo le prime pagine, in modo da introdurre il romanzo con il suo incipit naturale e ci faremo poi portare da lui nel suo mondo, a partire da questo memorabile inizio. Non ci siamo dati un piano con Maurizio su cosa faremo, lui è una persona da ascoltare, il tempo non manca e credo le cose vengano anche meglio quando non sono preparate. Questo appuntamento a Secondigliano è nato così, vediamo che succede”.

Lei è anche attore di teatro. Cosa si aspetta da un pubblico di persone recluse, quasi tutte per reati di camorra?

“Il fatto di venire dal mondo di fuori, dei “liberi” così popolato di persone che, pur avendo commesso gravi errori non ne pagano le conseguenze, ed entrare in un luogo dove tutti quelli che sono lì stanno pagando per qualcosa che hanno commesso, mi fa scattare istintivamente un sacro rispetto nei loro confronti. Quando noi nel mondo dei liberi parliamo delle loro cose ci diciamo che questi luoghi dovrebbero essere di aiuto, utili per riconciliarsi con la società, non solo luoghi di pena. La privazione della libertà mi sembra una pena così grande che non credo che ne vadano aggiunte altre ma è chiaro che, come tutte le dolenti note, poi vengono dimenticate”.

E portare la letteratura in carcere a che cosa può servire?

“Queste letture servono appunto a non dimenticare: non solo a noi di loro ma anche a loro di noi. Capiscono che c’è qualcuno che li pensa. È un medicare la reciproca solitudine. Marquez è una lezione sul fare comunità, è un incantesimo da cui non si esce più anche quando si finisce di leggerlo”.

Da dove viene questa sua sensibilità sociale così forte?

“È qualcosa che mi è stato anche insegnato alla scuola del Piccolo di Milano che frequentavo negli anni ‘70. Ci mandavano a leggere alcuni racconti nell’istituto dei ciechi: vai a far vedere una storia a qualcuno che non può vedere, raccontandola, così che ci si possa anche rispecchiare o far venire in mente altre storie. L’utilità sociale di quello che facciamo è la ragione per cui lo facciamo, se non fosse così sarebbe complicato, anzi forse non avrebbe proprio senso farlo”.