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di Antonio Averaimo

Avvenire, 17 aprile 2022

Il cappellano del carcere di Nisida don Pagano: colpa di decenni di politiche educative fallimentari. Nel dicembre scorso l’arcivescovo di Napoli, Mimmo Battaglia, ha lanciato la proposta di un Patto educativo per l’area metropolitana di Napoli capace di dare risposte adeguate alla questione minorile napoletana.

Alla proposta dell’arcivescovo hanno risposto subito positivamente la Regione Campania, il Comune di Napoli, la Prefettura e diversi enti del Terzo settore locale. A coordinare il progetto dell’arcidiocesi di Napoli è don Gennaro Pagano, cappellano del carcere minorile di Nisida. Fu proprio lui, prima dell’impegno assunto dall’arcivescovo Battaglia, a sostenere la necessità di un patto educativo che mettesse insieme istituzioni, Chiesa e Terzo settore contro povertà educativa e devianza minorile.

Proprio a Nisida, nella chiesa dell’Immacolata a Mezzacosta, nascerà l’Osservatorio sulle risorse e sulle fragilità educative, previsto nell’ambito del Patto a cui stanno lavorando l’arcidiocesi di Napoli e quella di Pozzuoli (quattro municipalità di Napoli ricadono nel territorio di quest’ultima). Don Gennaro, mentre Chiesa, istituzioni e Terzo settore lavorano al progetto del Patto educativo, a Napoli e in provincia continuano a verificarsi episodi di violenza che vedono dei minori come protagonisti.

A Napoli si presentano le stesse dinamiche di disagio presenti in tutte le grandi città. Ciò che però caratterizza il contesto napoletano è la presenza di una cultura camorristica che va ben oltre la camorra stessa e permea una parte consistente della società. Il non rispetto delle regole è la manifestazione più chiara di questa cultura.

Col progetto del Patto educativo vogliamo dire a tutti: “Iniziamo a pensare a lungo termine, a pianificare. Creiamo dei tavoli”. Come quelli che si sono susseguiti in seguito all’annuncio di don Mimmo. È, necessario innanzitutto distinguere fra emergenze e urgenze. Il Patto introduce anche uno stile, che è quello del lavorare tutti insieme per un obiettivo. Vuole in qualche modo essere anche una spina nel fianco delle istituzioni. In effetti, la questione minorile napoletana appare caratterizzata da una drammaticità maggiore rispetto al resto d’Italia.

Questo si spiega anche col fatto che a Napoli sono i ragazzi del posto a delinquere. Nelle altre carceri minorili, la stragrande maggioranza dei minori reclusi è costituita da figli di stranieri. Qui accade il contrario. Quando mi confronto con i cappellani delle altre carceri minorili italiane, sono quasi l’unico ad aver a che fare con ragazzi che non siano figli di immigrati. Ciò indubbiamente caratterizza la realtà napoletana. Ma come si è giunti a una situazione così critica? Quali sono le radici storiche della questione minorile napoletana?

Bisogna innanzitutto tener presente che proveniamo da decenni e decenni di scarso controllo del territorio e di politiche educative fallimentari. Finora si è andati avanti per brand (il brand Scampia, per esempio). Si è data enorme attenzione ad alcuni quartieri, lasciando nell’ombra altre aree della città e della provincia. Tutto ciò ha portato a scarsissimi risultati in entrambi i casi. Da anni lei è quotidianamente a contatto con i minori napoletani finiti in carcere.

Cosa le ha insegnato questa esperienza? Tante cose. Per esempio, che bisogna intervenire il prima possibile. Bisogna concentrare gli sforzi educativi quando questi ragazzi sono ancora bambini. È da bambini, infatti, che iniziano a respirare nelle loro famiglie e nel contesto in cui vivono quella cultura camorristica che fornisce loro modelli sbagliati.