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di Dario Del Porto

 

La Repubblica, 1 dicembre 2019

 

"Dietro questa strategia c'è il tentativo di salvare le componenti più raffinate delle organizzazioni mafiose". Ci sono "capi riconosciuti" di organizzazioni camorristiche che dal carcere "scrivono lettere per dissociarsi", ammettendo cioè solo singoli delitti, senza chiamare in causa terze persone né contribuire ad alzare il velo sugli affari del clan, allo scopo di ottenere uno sconto di pena, soprattutto nei processi per omicidio.

Dietro questa scelta, il procuratore Giovanni Melillo vede "il rischio concreto" di utilizzare questo strumento "a salvaguardia delle componenti più raffinate del sodalizio criminoso". Il capo dei pm del Centro direzionale lancia l'allarme intervenendo al convegno della Camera penale sull'ergastolo ostativo e ribadisce la linea dell'ufficio inquirente dinanzi alla strategia, inaugurata agli inizi degli anni 90 da esponenti della famiglia malavitosa dei Moccia di Afragola in antitesi alla collaborazione piena con la giustizia, sulla falsariga di quanto accaduto negli anni del terrorismo, che oggi viene riproposta soprattutto da esponenti di primissimo piano degli Scissionisti di Scampia.

"L'associazione mafiosa - argomenta il procuratore - mira anche ad obiettivi come la corruzione e il riciclaggio, non riesco a comprendere come ci si possa dissociare dalla corruzione o dal riciclaggio". Condotte che, al contrario, rischiano di rafforzarsi grazie al silenzio dei boss dissociati.

Ecco perché, secondo il procuratore di Napoli, "le dissociazioni verbali non bastano" ad aprire la strada ai benefici, neppure alla luce delle sentenze della Cedu e della Corte costituzionale sulla estensibilità dei permessi premio in caso di ergastolo per delitti di mafia anche in mancanza di una piena collaborazione. La decisione della Consulta, ragiona Melillo, "pone al centro il tema centrale della discrezionalità giudiziaria", per la quale il capo dei pm auspica "una nuova configurazione complessiva".

Non è d'accordo con Melillo l'ex presidente della Camera penale Attilio Belloni che, nel corso del dibattito moderato dall'avvocato Marco Campora, obietta: "Se si dubita della dissociazione, si dubita che un mafioso possa emendarsi".

Ai lavori sono intervenuti anche il tesoriere dell'Unione nazionale delle Camere penali, Giuseppe Guida, il pg Luigi Riello, il garante per i diritti dei detenuti Samuele Ciambriello, il presidente della Camera penale Ermanno Carnevale, la presidente de Il Carcere possibile Anna Ziccardi e la presidente del tribunale di Sorveglianza Adriana Pangia. Durante la discussione non è mancato un botta e risposta fra il procuratore nazionale Antimafia Federico Cafiero de Raho e il docente universitario di Diritto penale Sergio Moccia.

"Il "fine pena mai" di fronte a soggetti che, durante la detenzione, sono cambiati, è in contraddizione con lo Stato di diritto. Non si può pensare di togliere a un uomo la speranza", ha evidenziato Cafiero de Raho, ricordando però che "secondo le regole chi entra a far parte dell'associazione non ne esce più".

Oggi, ha rimarcato Cafiero, "le mafie cambiano pelle, studiano la strategia della sommersione, entrano nell'impresa. All'interno del carcere, il vero mafioso non dà alcun problema, rispetta le regole". A questo punto, il professor Moccia è intervenuto: "Se fosse realmente un capo, farebbe di tutto per uscire".

E Cafiero ha replicato: "Professore, non dimentichi quello che è accaduto nel 1993, quando dopo le stragi i boss della 'ndrangheta fermarono i delitti perché "stavano bene con le istituzioni". Negare l'intelligenza delle mafie significa negare la realtà".

Nel suo intervento, Moccia aveva evidenziato di essere "contro l'ergastolo, non solo quello ostativo". Senza risparmiare una stoccata a "quei politici che parlano a vanvera, quando usano espressioni come "buttare le chiave" o "marcire in galera".