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La Repubblica, 14 settembre 2024

Il marchio Richmond promuove un’iniziativa in collaborazione con le associazioni Nesis e Il Meglio di Te per la riabilitazione dei detenuti che imparano così a dipingere sulla ceramica e realizzare gioielli. Da gennaio a settembre di quest’anno, 70 detenuti si sono suicidati nel nostro Paese. Un numero che fa riflettere. Spesso si tratta di persone che vivono in condizioni vergognose in un sistema che sembra sempre più inadeguato a garantire dignità e speranza. Di dignità e speranza parla invece il progetto presentato da John Richmond, il brand di punta del gruppo Arav.

Si tratta di una nuova iniziativa per promuovere la solidarietà e la riabilitazione sociale tra i giovani detenuti dell’Istituto penitenziario minorile di Nisida. Sì, proprio il carcere diventato famoso grazie alla serie tv Mare fuori, che al di là della finzione ha le sue storie drammatiche di sofferenza inferta agli altri e a se stessi. L’iniziativa è importante perché coinvolge dei ragazzi che, proprio per la giovane età, possono essere recuperati e reinseriti un domani nella società con un mestiere, e intanto trovare un senso a una vita che scorre lenta nella detenzione.

In collaborazione con le associazioni Nesis e Il Meglio di Te sono stati immaginati due progetti, Nisidarte e N’Ciarmato a Nisida (coinvolto a Nisida) per rivelare il talento di ciascuno e imparare ad esprimersi attraverso l’arte che spesso riesce a cambiare le prospettive. In due diversi atelier si insegnano a dipingere delle piastrelle in ceramica o a creare dei gioielli con un ciondolo che simbolicamente, come l’immagine delle piastrelle, è un cuore spezzato. Un cuore spezzato come quello di chi è detenuto, della madre e del padre che lo piangono o di una ragazza che magari lo sta aspettando. Senza dimenticare le vittima con i loro famigliari a cui si è fatto del male. “I ragazzi del carcere si sono macchiati di crimini anche efferati, ma non sono dei mostri”, dice Giulio Guida, direttore del penitenziario di Nisida, “messi nelle condizioni giuste possono essere utili per la collettività ma soprattutto rappresentare elementi di crescita per la nostra collettività”.

Chiedo a voi tutti, cari amici: la tortura è solo la fustigazione? Oppure, anche questo continuo rimpallo, può essere una forma di tortura? Alle domande innocenti di tanti studenti dei corsi che ho frequentato, per la prima volta, sono riuscito a rispondere assumendomi in toto le mie responsabilità, cosa che avevo negato ai giudici nei processi. Con i miei 36 anni di pena espiata più altri 5 di liberazione anticipata, poiché non ho mai preso un rapporto, supero i 40 anni di carcerazione. Oggi, ho quasi ottanta anni. Il rigetto di un piccolo permesso non riguarda più me, quello che sono oggi, ma quello che sono stato.

*Ergastolano detenuto a Opera