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di Giovanni Meola


Il Mattino, 20 agosto 2020

 

Il problema del sovraffollamento delle carceri. Un problema spesso rimosso, troppo spesso sottovalutato. Rimosso perché tutti noi in realtà non riteniamo affatto che il sovraffollamento sia un chissà quale grande problema, alle prese come siamo con mille altre questioni (tra cui il sovraffollamento della città e dei quartieri), ingigantite dall'arrivo improvvido e imprevisto di mr. Covid; sottovalutato perché quando anche vi poniamo mente lo derubrichiamo a problema di seconda o terza fascia.

Quelli di prima fascia sono ben altri: ordine sociale, servizi pubblici efficienti, stato di manutenzione delle strade e così via. E invece... Invece, questo è un problema che dovrebbe occupare stabilmente le menti dell'intera città e riguardare incessantemente proposte e risoluzioni. Proposte e risoluzioni indirizzate a risolvere la questione non per motivi banalmente buonisti ma per quello che mi piace immaginare, e chiamare, l'altruismo dell'egoismo.

Riusciamo, con uno sforzo, ad immaginarci in una cella con sei posti (e già la convivenza con altre cinque persone in uno spazio ristretto e con un solo bagno non è proprio cosa agevole) in... dodici? Sì, perché mediamente è questa la realtà della Casa circondariale di Poggioreale, una struttura enorme con un sovraffollamento abnorme.

È disumano immaginarsi con altri undici corpi, come ammassati, senza uno spicchio di aria tutto per sé, senza uno spicchio di spazio tutto per sé. Una realtà in cui, di argomenti dei quali parlare o con i quali impegnare le proprie lunghe e sempre uguali giornate, ce ne sono pochi, a parte le proprie vicende personali, ovvero criminali o malavitose.

Quando si dice che il carcere è l'università del crimine mica lo si dice per fare una battuta? E come entrare in un girone infernale e, in cerchi concentrici sempre più stretti, venire risucchiati giù verso l'apice inferiore della piramide conica capovolta (Dante immaginava così il suo Inferno) che è il malaffare. Senza alternative (valoriali, effettuali, pratiche), non resta che quello: imparare a fare meglio ciò per cui si è stati arrestati e condannati, per poterlo rifare cercando' di non correre di nuovo il rischio di essere reincarcerati e ricondannati.

Si tratta di una coazione a ripetere che in tanti, in troppi, vivono in maniera automatica appena varcata la soglia di quell'edificio. Ho avuto modo di condurre un laboratorio di scrittura e recitazione con i detenuti del reparto Napoli, nel quale vengono concentrati quelli con lo stigma della "pericolosità sociale". Un laboratorio molto intenso, come sanno tutti gli operatori teatrali e culturali che si sono ritrovati a lavorare nel chiuso di un istituto carcerario in qualunque parte d'Italia. Ma qui lo è ancora di più.

I motivi? L'irrevocabilità della loro condizione, che li condanna ad un'incapacità di distanziare la mente, occupandola quindi in potenziali attività migliorative sul lungo periodo, da quelli che sono i loro perenni problemi quotidiani, ovvero lo spazio e le relazioni, lo spazio vitale e le relazioni umane. Non uno solo, tra quelli con cui sono venuto in contatto durante i mesi di incontri e lavoro, è riuscito ad evitare di sottolineare la mancanza di spazio vitale e la mancanza di ascolto.

Se sono anche solo minimamente riuscito a stabilire una connessione profonda con queste persone è stato perché la mia innata curiosità (personale e professionale) all'ascolto altrui li ha fatti sentire prima di ogni cosa esseri umani senza alcun aggettivo ulteriore (malavitoso, incriminato, incarcerato, ecc.) a denotarli. Queste persone, che hanno sbagliato, che devono pagare, che stanno pagando, vengono così private delle uniche due cose che potrebbero permettere loro di rimarginare ferite e buchi neri.

Vengono private del presente e del futuro. Del presente perché vivere in condizioni di sovraffollamento li fa incarognire e, ancor di più, impedisce loro di potere anche solo immaginare una strada diversa che consenta loro di rientrare nell'alveo della società civile. Del futuro perché, in assenza di ascolto, inaridiscono a loro volta la loro capacità di ascolto, chiudendosi quindi alla possibilità del dialogo e, di conseguenza, della comprensione concreta e profonda di ciò che significa società civile. Insomma, un corto circuito esiziale che li priva di chance reali di risalita: una volta cominciata la china verso il basso, quella piramide conica capovolta è peggio delle sabbie mobili.

Tuttavia, spesso dimentichiamo l'altro lato della medaglia. Ed è davvero strano che questo accada, perché l'altro lato della medaglia... siamo noi. Ma sì, noi, cittadini ed istituzioni della Cosiddetta società civile, per di più di una città-mondo quale è Napoli, nella quale siamo sempre tutti, perennemente, in bilico su un terreno scivoloso e melmoso, nel quale si confondono i piani, nel quale non sappiamo mai davvero stabilire se le nostre singole piccole devianze siano la summa delle devianze della città e le rappresentino o se invece siano figlie della devianza irredimibile della città-leviatano stessa.

Sì, noi cittadini ed istituzioni, e suoi corpi intermedi, incapaci di capire che un carcere in buona salute, in grado di ripartorire persone pronte non già più a delinquere di nuovo e alle stesse condizioni di prima (perché alle prese con la stessa realtà che le ha generate e le ha rese devianti), ma pronte a cercare di reinserirsi nuovamente nel tessuto connettivo civile della città, non fa bene solo a loro ma fa bene, e tanto, anche e soprattutto a noi.

Quindi, non solo perché è anche ciò che prevede la nostra eccezionale Costituzione (all'art. 27, comma 3, recita appunto che: "...le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato"), ma soprattutto per un nostro profondo, univoco, insopprimibile tornaconto, dovremmo adoperarci con diabolica costanza affinché queste persone escano dal carcere migliori di come ci sono entrate, meno incattivite, meno incarognite, meno vendicative.

Bando al buonismo, bando all'ipocrisia: queste persone sono da recuperare alla società civile affinché la società civile non si ritrovi ad essere, tra qualche decennio, in una imbarazzante inferiorità numerica, al centro di una tragica contrapposizione tra "noi" e "loro". E se i "loro" saranno diventati molto più dei "noi", allora non sapremo che farcene del finto buonismo ma rischieremo un'esplosione sociale dalle inimmaginabili conseguenze.