di Francesca Cipolloni
Avvenire, 20 maggio 2026
Una “sartoria sociale e sostenibile che trasforma scarti in risorse, e vite spezzate in nuove”, in cui protagonista è “una bellezza che rigenera, nel lavoro come strumento di riscatto e in una moda inclusiva, etica e consapevole”. E questo, per voce del suo fondatore, Marco Maria Mazio, il ritratto di Palingen (www.palingen.it), realtà che nasce “da un'idea semplice ma potente: restituire dignità attraverso il lavoro. Ispirata al concetto di “palingenesi - rinascita - la nostra realtà opera all'interno della Casa Circondariale di Napoli Secondigliano “Pasquale Mandato'; dove ogni giorno accompagniamo le detenute e, da metà 2026 anche i detenuti, in un percorso di formazione, crescita e trasformazione”.
Avvocato e imprenditore, nel 2021 Mazio ha creato questa realtà avocazione sociale - che attualmente vede impiegate 4 dipendenti, destinate a salire a 8 - per restituire un nuovo futuro e una luce di speranza a chi ha sperimentato il buio dietro le sbarre. Un'impresa davvero sui generis nell'epoca attuale, con un fatturato, peraltro, che raddoppia di anno in anno. Tutto ha inizio da un'esperienza post laurea come educatore part time presso la Casa Circondariale Femminile di Pozzuoli: da lì, attraverso la start up, il desiderio di garantire alle donne recluse “una seconda, legittima opportunità perché la riabilitazione del reo ha, necessariamente, una conseguenza sul sistema economico, sociale e morale del Paese”.
La vision per il fondatore di Palingen è nitida: “In carcere questa gente non ha nulla, se non un bene prezioso: tanto tempo a disposizione, che a noi spesso manca. Un tempo da investire in maniera costruttiva, formativa, professionalizzante. Allora quella persona potrà uscire dal sistema carcerario come un elemento positivo della comunità, come lavoratore attivo ulteriormente meritevole di dignità nel tessuto sociale”. Va da sé poi he “lo sviluppo passa anzitutto dalle reti virtuose e dalle sinergie, anche commerciali oltre che umanitarie, che si possono attivare.
Nel mio caso ho potuto contare, anzitutto, sugli ottimi rapporti avviati anche con le Istituzioni e sono fermamente convinto che l'asse pubblico-privato possa fare la differenza: pensiamo a quante imprese in Italia alla ricerca di risorse umane potrebbero intraprendere la medesima strada, attingendo dal bacino di un personale tecnicamente qualificato che pur provenendo da una prova durissima come la detenzione, dal reato che spesso ha origine in contesti disagiati, può comunque mettere in gioco le proprie qualità professionali. Prima o poi, chi è recluso fa i conti con la libertà, e la libertà va incanalata nel processo produttivo del lavoro”.
Per Marco Mazio, inoltre, fondamentale è l'aspetto comunicativo e la sensibilizzazione, perché “si tratta di ragionare oltre il mainstream, di raccontare una modalità di promuovere il business che non si limita alla mera filantropia. Bisogna partire dallo stile narrativo: l'evento benefico in sé può impressionare emotivamente, certo, ma ciò che conta è suscitare un interesse che apra alla volontà di creare vera interazione tra Terzo settore, realtà istituzionali, soggetti che sanno fare affari con sguardo etico”. Una strategia non estranea al bene comune: “Inserendo skills e competenze anche di persone che sono ai margini della società si concorre a favorire un'economia più resiliente, capace di adeguarsi e di rimanere stabile nel tempo. Inclusione sociale e mercato sono benefici che possono realmente convivere insieme”.










