di Valentino Di Giacomo
Il Mattino, 4 marzo 2020
La Polizia penitenziaria: "È allarme, colloqui tramite Skype". Stop ai colloqui con i familiari, tamponi, assicurarsi che gli agenti non abbiano contratto il virus. Sono le misure che richiede il segretario generale del Sindacato di polizia penitenziaria, Aldo Di Giacomo, per affrontare il coronavirus nelle carceri. Ieri il segretario si è recato all'esterno della casa circondariale di Poggioreale.
"Ho assistito all'ingresso dei parenti - ha spiegato - tutti ammassati all'esterno, prima di entrare a nessuno è stata misurata la temperatura. Eppure in carcere il virus circolerebbe senza problemi". Un micro-mondo dove, se il virus infettasse anche un solo detenuto, riuscirebbe in poco tempo a scatenare un'epidemia non solo tra i carcerati, ma anche tra le guardie penitenziarie. Un pericolo soprattutto per le carceri molto affollate - proprio come Poggioreale - dove singole celle sono divise da diverse persone.
"Parliamo di norme di buon senso - ha rilevato il segretario del Spp - bisognerebbe ridurre al minimo i colloqui esterni, anzi bloccarli e consentire ai detenuti incontri via Skype con i familiari". Il sindacato chiede che per i prossimi giorni la direzione di Poggioreale preveda uno stop ai colloqui per poterli garantire attraverso videochiamate via web fino a quando l'emergenza non sarà arginata.
"Cosa succede - si è chiesto Di Giacomo - se un solo detenuto risulta positivo? Si evacua il carcere? No, non è possibile. Ci sono detenuti che hanno chiesto ai loro familiari di non andarli a trovare in questo momento. Hanno mostrato di avere buon senso".
Lo scenario ipotizzato, non così lontano dal potersi verificare, è di un familiare affetto dal coronavirus che si reca a colloquio con il proprio parente. Se alcuni incontri sono consentiti solo se separati da un vetro, la maggior parte delle visite in carcere prevede il contatto diretto tra il detenuto e i propri cari. Ad esempio ci sono aree dedicate ai bambini che fanno visita al papà e possono giocare con lui. Quel detenuto - qualora venisse contagiato - entrerebbe facilmente a contatto con gli altri, sia nella propria celle che durante le attività comuni. L'altro modo per far arrivare il virus nelle case circondariali riguarda gli agenti della Polizia penitenziaria che, vivendo all'esterno della struttura, potrebbero contrarre il virus e portarlo in carcere.
"È urgente prevedere - spiega il sindacato - la misurazione della febbre anche per gli agenti di polizia penitenziaria". In altre case circondariali questo genere di interventi è stato già previsto. "La direzione di San Vittore ha già chiuso l'istituto penitenziario alle visite esterne - ha spiegato Di Giacomo - ma sarebbe opportuno farlo dappertutto".
La richiesta è stata presentata al Dap, il Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria. "Non abbiamo avuto risposte - ha concluso il segretario del sindacato - eppure, come è accaduto per le Regioni con il decreto del governo, sarebbe stato meglio avere una linea unica per tutti". Si attende ora una direttiva da parte del Dap e del Ministero della Salute.










