di Francesco La Licata
La Stampa, 2 marzo 2020
Scorrendo le notizie provenienti dal quartiere Santa Lucia, a Napoli, abbiamo avuto la sensazione di rivedere un film già visto più volte: un ragazzo, poco più di un bambino, che arriva in ospedale ferito da due colpi di pistola e non ce la fa. Muore prima che i medici possano fare qualcosa per salvarlo. Contemporaneamente la sala del pronto soccorso si riempie di familiari, amici e vicini di casa: donne urlanti e disperate, uomini pieni di rabbia e risentimento. Tanto risentimento rivolto verso chiunque, in quel momento, viene visto come una "controparte": i medici perché non hanno saputo salvare il ragazzo, gli infermieri e le "divise" perché considerati un impedimento fisico all'ultimo abbraccio col proprio caro.
È una scena che abbiamo vissuto tante volte durante il peregrinare tra le disgrazie: a Napoli come in Calabria o in Puglia, a Palermo e nella Sicilia dei mille delitti. La rabbia prevaleva sempre o per scaricare la frustrazione per il "danno" subìto o addirittura per strappare ciò che veniva considerato un diritto negato da una burocrazia in quel momento incomprensibile: non poter portare subito a casa il corpo su cui piangere.
Quante sale mediche abbiamo visto devastare nel tentativo di evitare la permanenza in camera mortuaria di un parente morto. Si arrivava a dover fare intervenire in massa polizia e carabinieri. Eppure lì prevaleva la pietà. Qualcosa di diverso sembra essere accaduto, invece, ieri a Napoli. La devastazione del pronto soccorso dov'è morto Ugo Russo si allontana dalla collera dolorosa per imboccare la pericolosa china della quasi "rivendicazione" di un diritto alla ricerca di una giustizia fai da te.
Come valutare, altrimenti, la "stesa" immediatamente messa in atto dalla malavita a Santa Lucia? I motorini che si impennano e i giovani guappi che sparano in aria passando davanti alla caserma dei carabinieri "Pastrengo" non hanno nulla a che vedere col dolore dei familiari di Ugo. Tant'è che lo stesso padre della vittima, Vincenzo, ha dovuto "chiedere scusa" per quello che è avvenuto in ospedale.
Ma è proprio la reazione di Vincenzo Russo che presta il fianco ad una riflessione amara che deve andare oltre il dolore per la morte di un ragazzino. Mentre, infatti, la zia difende il nipote arrivando a sostenere - contro l'evidenza - che Ugo "aveva paura delle armi" e "non rubava", il padre fa un ragionamento più sottile che tende a "legittimare" l'errore del figlio come una cosa da uomini: "Io non lo so perché non ero con mio figlio, ma, ammettendo che stesse facendo una rapina, è giusto che tu, carabiniere, lo uccidi?".
E, secondo il suo concetto di legalità, aggiunge: "Sparagli a una gamba o fallo scappare". Come se il rapinatore e il carabiniere (tra l'altro un ragazzo di 23 anni) fossero attori di una "normale lite". E, alla fine, Vincenzo Russo chiude con la consueta richiesta di giustizia, sorvolando sul fatto che la società civile ha già messo in moto l'unico sistema per cercarla, quella giustizia. Il carabiniere è stato indagato per eccesso colposo di legittima difesa e le indagini diranno se basta.










