di Sharon Di Carlo
tg24.sky.it, 27 luglio 2025
Maria e Amalia aprono le porte del laboratorio campano di Palingen. Per loro, oltre a un modo dignitoso di scontare la pena, la macchina da cucire è diventata in pochi anni la più grande opportunità di reinserimento sociale. Il reportage. Storie di riscatto. Maria e Amalia dopo lunghi anni trascorsi in carcere stanno concludendo la loro pena detentiva lavorando nel laboratorio sartoriale Palingen di Pozzuoli. Ad entrambe nel 2024 è stato concesso l’affidamento in prova ai servizi sociali, una misura alternativa al carcere.
Maria, con una condanna di quattro anni e due mesi, a settembre tornerà in libertà; ancora due anni invece da scontare per Amalia dopo l’arresto nel 2021 per riciclaggio a stampo camorristico. Ad aprire la porta della sartoria è Amalia. Capelli biondi raccolti da una fascia che stinge una lunga coda di cavallo. Venendoci incontro appoggia su una sedia una tazzina di caffè ancora fumante, qualche goccia finisce sulla rafia della seduta. Con un sorriso delicatamente disinvolto ci accompagna all’interno del laboratorio, dove conosciamo anche Maria.
Un metro giallo da sarta arrotolato al collo e un paio di occhiali appoggiati sulla punta del naso. Canticchia Maria. Finisce di stirare un grembiule pronto per essere consegnato, torna nella sua postazione, ripone la testa china, e riaccende la macchina per cucire. È in questo piccolo laboratorio nel centro di Pozzuoli che Maria e Amalia stanno concludendo la loro pena detentiva lavorando come sarte. Ad entrambe nel 2024 è stato concesso, per buona condotta, l’affidamento in prova ai servizi sociali, una misura che consente di scontare la condanna fuori dal penitenziario, seguendo un programma di reinserimento sociale.
Amalia inumidisce con un panno la macchia di caffè gocciolato prima sulla sedia, abbottona al meglio il suo camice da lavoro che indossa orgogliosamente, si siede, e noi accendiamo la telecamera. Parte dal giorno dell’arresto. I suoi occhi diventano subito lucidi. Era il 15 ottobre del 2021, quando nel cuore della notte svegliò sua figlia promettendole che sarebbe tornata presto. Passarono tre lunghi anni da quell’abbraccio, al primo colloquio in carcere. Amalia si commuove e prende fiato. Ma non vuole fermarsi. Racconta di come sua figlia sia stato l’unico pensiero a darle forza durante la detenzione, del lungo percorso affrontato con le psicologhe per affrontare la sofferenza del distacco e del senso di colpa di averla lasciata sola.
Amalia e il compagno erano entrambi in carcere: la figlia, ancora una bambina, viveva sola con la nonna. Mi dice che all’inizio non sapeva che la mamma fosse in carcere. Nelle prime videochiamate - fatte in sostituzione ai colloqui durante la pandemia di Covid-19 - si infilava il camice che utilizzava per lavorare all’interno dell’istituto penitenziario, dicendole di essere impegnata nelle pulizie di un albergo. Ma la notizia dell’arresto di Amalia era su tutti i giornali. Un giorno la piccola le confida di aver scoperto la verità ma di non preoccuparsi, non si sarebbe mai vergognata di lei. Amalia abbozza un sorriso e sospira. Il secondo giorno di detenzione ha chiesto subito di poter lavorare.
Ha spiegato che era necessario per poter comprare beni essenziali, come un bagnoschiuma, e soprattutto per sostenere sua figlia e la madre anziana fuori dal carcere. In passato Amalia aveva lavorato come operaia in una fabbrica, sapeva cucire. Abilità, questa, che l’ha aiutata ad ottenere subito un impiego come sarta prima all’interno dell’istituto penitenziario di Pozzuoli, poi nel carcere Pasquale Mandato di Secondigliano dove nel 2024 è stata trasferita la sezione femminile a causa dello sciame sismico ai Campi Flegrei.
Ancora due anni di pena da scontare per Amalia, che racconta le difficoltà che sta incontrando nel graduale reinserimento nella società. Attualmente vive in casa della madre e sta cercando una nuova sistemazione. Un contratto però che non riesce a firmare per mancanza di fiducia da parte dei proprietari degli immobili. Secondo Amalia, infatti, l’avere un contratto regolare e una busta paga, non basta agli occhi di chi la vede ancora come una detenuta. Quel che non manca mai qui è il profumo di caffè. A mettere la moka sul fornello, è Marco Maria Mazio fondatore del laboratorio Palingen di Pozzuoli.
Mi racconta come è iniziato il progetto, a partire dal nome che si ispira al concetto spirituale della Palingenesi, sinonimo di rinascita. L’obiettivo è quello di dare una seconda possibilità a detenuti ed ex detenuti, in particolar modo donne, con un piano organizzato in tre fasi. Innanzitutto, le donne detenute svolgono un percorso di formazione all’interno della sartoria al termine del quale ottengono un certificato rilasciato da un ente di formazione accreditato, spiega Marco.
In seguito, una parte delle detenute, viene inclusa nel gruppo di sarte regolarmente assunte e retribuite da Palingen che lavorano nella sartoria interna alla casa di reclusione. Infine, le detenute che terminano la pena o ottengono una misura detentiva alternativa, possono proseguire la loro crescita professionale nel laboratorio esterno al carcere. E questo è stato il percorso anche di Maria. Si alza dalla sua postazione e viene verso di noi, si intreccia le dita nei lunghi capelli corvino, e si toglie gli occhiali. Maria con una condanna di quattro anni e due mesi, a settembre finirà la pena. Ed è proprio da questo che vuole partire.
Mi racconta che il suo primo giorno di libertà completa sarà di sabato, e che uscirà con le amiche. Andrà a ballare. Poi torna agli anni passati in carcere. Racconta di come i primi dieci mesi siano stati infernali, soprattutto la convivenza in cella con altre dieci detenute, ognuna con le proprie abitudine e condanne. Ha subito diversi sgarbi dalle compagne di cella. Dal sale sul cuscino, alle lenzuola buttate sul pavimento, a sgradevoli provocazioni verbali. Anche Maria ha immediatamente iniziato a lavorare. Ago e filo la facevano sentire libera, fuori dal carcere. A casa. Un’esperienza che l’ha cambiata profondamente quella della detenzione. Oggi sente di essere più forte e paradossalmente più libera. Libera di esprime la sua opinione, di decidere della propria vita senza. Prima abbassava la testa racconta Maria, oggi non lo fa più. Salutiamo Maria, Amalia e Marco.
Lasciamo il laboratorio Palingen di Pozzuoli e ci dirigiamo verso Napoli, al carcere Pasquale Mandato di Secondigliano, per conoscere la direttrice Giulia Russo. Entriamo nel suo ufficio e ci accomodiamo. Ci racconta di come la detenzione al femminile porti con sé problemi ulteriori rispetto a quella maschile. A partire dal ricordo di essere madre, dell’essere moglie o figlia. Un ricordo a volte così prepotente che anche la mancanza di libertà passa in secondo piano. Soprattutto se la detenuta è l’unica fonte di sostegno economico per la famiglia. Lavoro, quindi, che diventa una boccata d’ossigeno. Racconta che all’interno del carcere di Secondigliano c’è un ufficio dedicato al lavoro dei detenuti.
Una commissione interna che permetta la raccolta di richieste e l’elaborazione di quest’ultime, per poi stilare una graduatoria definitiva, valutando elementi oggettivi e soggettivi del detenuto richiedente. Contratti a tempo determinato, stipulati con la direzione del carcere, per garantire un turnover che si muove attorno ad una media di 6-12 mesi. Stipendi quelli dei detenuti, spiega la direttrice, che si muovono su un terzo di quello che viene dato all’esterno. Quindi una paga di circa 8,90 euro all’ora, oltre alla copertura assicurativa, assegni famigliari, ferie, e Tfr parcellizzato.











