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di Tiziana Cozzi

La Repubblica, 2 ottobre 2024

“Leggere allena i muscoli della fantasia e l’immaginazione salva la vita. Consente di evadere. Non dovrei dirlo qui, ma è così”. Strappa un sorriso e accende gli sguardi dei 24 detenuti dei padiglioni Firenze e Genova, lo scrittore Maurizio De Giovanni, invitato ieri nel carcere di Poggioreale per un incontro organizzato dal garante dei detenuti Samuele Ciambriello, nell’ambito del progetto “Parole in libertà”.

Prende coraggio Giovanni, uomo di mezza età, giacca a quadri, camicia bianca, cravatta, un libro dell’autore tra le mani, insolitamente elegante in un contesto del genere, alza la mano e confessa: “Sto scrivendo anche io un libro, sa? Racconto della mia storia prima di entrare qui, di quanto sono cambiato… Ce la sto mettendo tutta”. “Bravo, sarò felice di leggerti - lo incoraggia lo scrittore - è difficile scrivere di sé, serve molta obiettività, ricordatelo quando scrivi”.

Un’ora di conversazione scorre nella nuova biblioteca della casa circondariale, inaugurata due settimane fa con un incontro con il direttore di Repubblica Maurizio Molinari e con un’opera di Lello Esposito. Un dibattito a cui sono intervenuti, assieme ai detenuti e al garante Ciambriello, il vicedirettore del carcere Stefano Martone. “Nessuno è senza ferite - prosegue De Giovanni - tutti portano dolori, malinconie. E a voi ho portato un libro contro i pregiudizi, sulle apparenze, sui giudizi che pesano”. Il volume, che alcuni dei detenuti tengono tra le mani, è “Pioggia”, 12esimo titolo dei “Bastardi di Pizzofalcone”. “Com’è nato questo romanzo? Come si fa ad avere l’idea giusta?” chiede il 33enne in prima fila, maglietta nera, jeans grigi e sguardo attento. “La prima cosa da fare è dare al lettore un odore, un sapore - risponde lo scrittore - il vento, il mare”. Il caso narrato in “Pioggia” è quello di Leonida Brancato, un anziano avvocato penalista, da tempo in pensione, ucciso da qualcuno che ha poi infierito sul suo cadavere.

Antonio è un uomo in camicia a righe, capelli grigi, siede in quarta fila e il libro l’ha letto tutto d’un fiato. “Non è un romanzo consolatorio, ha un finale brutto da digerire - spiega, improvvisando una recensione, mentre lo scrittore annuisce - il colpevole è un’altra vittima. E poi, ci sono tanti passaggi riconoscibili nei fatti di cronaca, nella nostra città…”. E poi, ancora. “Cosa accade quando un avvocato non difende bene il suo assistito e il giudice condanna senza guardare oltre?”. Il tema della presunta innocenza e degli errori giudiziari torna più di una volta.

La platea è composta dai detenuti dei due padiglioni Firenze e Genova, come detto: il primo ospita chi entra per la prima volta in carcere, il secondo chi ha pena definitiva. “Il nostro progetto è uno spiraglio per quanti sono costretti a vivere in celle con otto persone - ricorda Ciambriello - su 2.077 detenuti oggi a Poggioreale, contro la capienza massima di 1.600, solo 800 hanno pena definitiva”. È nato per questo il progetto “Parole in libertà”, per portare qualche spiraglio di cultura a chi ha orecchie per ascoltare.

Infatti, tra i reclusi, c’è chi, in tuta blu e sguardo basso, in cella ha cominciato a scrivere poesie, la sua timidezza gli ha impedito di fare domande allo scrittore ma poi gli si avvicina alla fine, per una stretta di mano. “Non conta quante volte siamo caduti, ma conta il coraggio di sapersi rialzare” li sprona Ciambriello. “Il titolo del libro - commenta il vicedirettore Martone - rimanda a qualcosa di cui abbiamo bisogno: la purificazione per poter riemergere”.

Alla fine De Giovanni si congeda, leggendo un brano della sua raccolta “L’ultimo passo di tango”, si appresta al firmacopie, chiedendo se riescono a guardare la partita del Napoli in tivù. “Un atto di gran generosità dovuto al cardinale don Mimmo Battaglia che ha pagato l’abbonamento” confessa Ciambriello. “Chi legge - conclude De Giovanni - si pone delle domande, è portato a pensare, a riflettere, a essere libero. Essere libero è difficile. Leggere ti consente di non impazzire. Voi scrivete con le parole vostre, scrivete come pensate. Così tutto sembrerà più vero”.