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di Giuseppe Crimaldi

Il Mattino, 15 febbraio 2025

Lo aveva spiegato nel suo primo discorso dopo la nomina, ci era tornato poi in occasione dell’intervento all’inaugurazione dell’anno giudiziario: “Le carceri rappresentano l’umanità dolente che interpella la coscienza di tutti noi, sia come magistrati sia come cittadini, e si deve fare di più perché non ci sia solo la realizzazione della pena ma anche l’umanità”. Parole cariche di significato, quelle del procuratore generale presso la Corte d’Appello di Napoli. Alle parole seguono i fatti: dopo Nisida, Aldo Policastro ha voluto visitare le “aree trattamentali” dell’Istituto penitenziario di Secondigliano, consapevole del fatto che la giustizia giusta è, sì, quella che condanna i colpevoli, ma lo è due volte quando concorre ad offrire un’opportunità ai detenuti.

Una visita lunga e approfondita, con al fianco la direttrice della struttura Giulia Russo. “Spesso - spiega Policastro al Mattino - quando si parla di carcere lo si fa in termini negativi, invece va prestata attenzione anche a quanto di positivo c’è e va apprezzato. Ecco, è il caso di Secondigliano”. Il Pg si riferisce ai percorsi formativi che garantiscono ai detenuti competenza lavorativa, preparazione professionale e per ciò stesso opportunità concrete di sbocchi lavorativi che - a fine pena - saranno utili al reinserimento nel tessuto sociale. “Ho potuto vedere come si lavora nei laboratori della media e alta sicurezza, dal padiglione “Mediterraneo” allo “Ionio” - prosegue l’alto magistrato - così come al polo universitario. Ho incontrato un ragazzo che sta per laurearsi in Scienze Politiche con una bella tesi sul potere; sono rimasto colpito dalla grande manualità di chi segue i corsi di sartoria (che produce anche toghe e abiti talari, ndr), di falegnameria, dalle capacità degli ospiti della scuola di fabbro, edile, elettricista. C’è persino un laboratorio di odontotecnica, e poi i corsi di botanica e agronomia, informatica. Occasioni che realizzano un miracolo dietro le sbarre, qui si respira un’aria di serenità”.

Ed è ragionando su questo modello di carcere “che salva” che il procuratore generale si dice pronto a fare un altro passo importante: “Nella scia di esperimenti positivi - sono sempre parole del procuratore generale - e penso a quanti, usciti dal carcere, frequentano ora corsi di formazione per poi essere assunti in alcune realtà imprenditoriali importanti come la Kimbo, mi riprometto di invitare ad un tavolo di programmazione la parte sana dell’imprenditoria napoletana di questa città che è disponibile a offrire opportunità di lavoro per chi torna libero, alimentando così questo circuito virtuoso di reinserimento nella società civile”.

Nel suo giro tra laboratori e aule del polo universitario - a Secondigliano sono già numerosi gli ospiti che sono riusciti a conseguire una laurea, grazie ai corsi che si tengono settimanalmente - Policastro ha incrociato gli sguardi di Nino, Giuseppe, Luigi, Massimo e tanti altri ancora, cogliendo nei loro occhi una genuina voglia di riscatto. Ognuno portatore di una storia difficile, con il suo carico di dolore per il male fatto agli altri, ma prima ancora a sé stessi. Storie maledette di vita fuori giri, consumata a cento all’ora e a commettere reati: dall’associazione mafiosa allo spaccio, dalle lesioni alle truffe, per finire all’omicidio. C’è di tutto nei padiglioni visitati dal Pg.

Ma questo “modello Secondigliano” segna un cambio di passo rispetto a molte altre realtà in cui il carcere esprime solo dolore, sofferenza e solitudine. E sarà giusto ricordare i meriti della direttrice Giulia Russo, che dal primo giorno ha creduto in questa mission e dando spazio anche alla fantasia di chi è costretto a vivere dietro le sbarre: Secondigliano oggi è diventato un polo artistico che produce spettacoli teatrali di livello, e nel teatro del polo Mediterraneo a giorni andrà in scena nientemeno che “La Tempesta” di Shakespeare.

In un orizzonte nemmeno lontano Policastro ha anche un altro progetto: “Mi piacerebbe che all’esterno dell’istituto di Secondigliano, come è già avvenuto per il carcere milanese di Opera, si potesse realizzare un ristorante che offre piatti cucinati dai detenuti. Anche questa può diventare una strada da percorrere per valorizzare le capacità di tanti e offrire loro la speranza di un futuro nuovo e dignitoso. Se non si pensa al dopo, è inutile pensare al presente”.