di Petronilla Carillo
Il Mattino, 7 ottobre 2026
Ha ingoiato dei chiodi, forse per attirare l’attenzione o forse perché davvero voleva farla finita. Sedici anni, una sentenza passata in giudicato e un pezzo di vita, di adolescente, da scontare dietro le sbarre dell’istituto penitenziario minorile di Nisida. Il ragazzo ora è salvo ma il suo calvario racconta lo spaccato di un disagio che in tanti vivono negli ospedali ma che, forse, per lui è stato ancora più pesante proprio perché detenuto. A raccontare la sua storia sono i segretari provinciale, Pasquale Diana, e regionale, Federico Costigliola, del Sappe settore minorile.
“Il ragazzo doveva essere piantonato - raccontano i due sindacalisti - perché detenuto e il servizio è stato svolto tra tante difficoltà per i colleghi e anche per lui”.
Secondo il loro racconto il sedicenne sarebbe rimasto per dieci giorni su una barella tra i corridoi del pronto soccorso dell’Ospedale del mare. Nonostante le sue condizioni. Con tre agenti che più volte hanno chiesto per lui privacy e sicurezza visto lo status di detenuto. In un primo momento il ragazzo sarebbe stato schermato da un paravento, all’interno del quale si alternavano i tre agenti della penitenziaria che hanno svolto servizio per 13 ore continuative (a causa della carenza di personale penitenziario). Il tutto tra pazienti che arrivavano in codice rosso, emergenze e persone in attesa delle prognosi. Insomma, nel caos. Successivamente, spiegano Diana e Costigliola, un medico avrebbe garantito a tutti loro un posto all’interno di una delle stanze del pronto soccorso. La degenza è durata dieci giorni perché per il ragazzo era il secondo tentativo di suicidio e i medici, scrupolosamente, hanno voluto che anche le sue condizioni psicologiche fossero più stabili.
“Riteniamo questa vicenda un esempio negativo di gestione organizzativa di un’emergenza sanitaria riguardante il carcere minorile di Nisida - dichiariamo Diana e Costigliola come Sappe - Una soluzione provvisoria può essere comprensibile nell’immediatezza del ricovero, ma il suo protrarsi per oltre dieci giorni richiede spiegazioni. La professionalità dei colleghi non può supplire indefinitamente alla mancanza di spazi adeguati e di un coordinamento efficace. Sicurezza del personale e dignità del minore devono essere garantite insieme”.
Le osservazioni del sindacato riguardano esclusivamente gli aspetti organizzativi e le condizioni del piantonamento, nel pieno rispetto delle decisioni cliniche affidate ai sanitari.
“Riteniamo necessario investire le competenti autorità locali, regionali e centrali affinché siano chiarite le criticità riscontrate e siano definite procedure condivise tra amministrazione della giustizia minorile e strutture sanitarie. Occorrono ambienti idonei, responsabilità individuate, un’organizzazione del servizio adeguata e soluzioni alternative quando gli spazi disponibili non consentano di tutelare sicurezza e riservatezza”.
“È necessario intervenire al più presto e comunque prima che si verifichi una nuova emergenza sanitaria - concludiamo -. La dimissione del ragazzo non deve tradursi nell’archiviazione del problema: da questa esperienza devono derivare misure concrete che impediscano il ripetersi di condizioni analoghe”.









