di Massimo Romano
napolitoday.it, 7 maggio 2020
Si tratta di Francesco Petrone, ritenuto dalla Dda uno dei capi della malavita del Rione Traiano e condannato a 19 anni. Il garante dei detenuti: "Boss o non boss ha diritto a tutte le cure. Vogliamo chiarezza". "Le condizioni di mio marito sono pessime da diversi anni, ma in carcere non è stato curato. Adesso è in ospedale che non può né parlare né muoversi". La denuncia è di Carmen D'Angelo, moglie di Francesco Petrone, detenuto a Poggioreale dal 2017, in seguito a un blitz delle forze dell'ordine nel Rione Traiano.
Per la Direzione distrettuale antimafia, Petrone sarebbe una figura apicale della malavita della zona. Sconta in carcere una condanna di 19 anni. "Noi non abbiamo mai chiesto né la scarcerazione, né i domiciliari - spiega la moglie - noi volevamo solo che fosse curato, magari trasferito in una struttura ospedaliera, anche fuori città".
La situazione clinica di Petrone sarebbe delicata da tempo. Nel 2014, in seguito a un incidente, l'uomo è finito in coma. "Non è stato più lo stesso. Gli è stata impiantata una placca di metallo, è invalido a un braccio, è spastico. Si stava riprendendo con la riabilitazione. Poi, nel 2017 c'è stato il blitz. Ho inviato in carcere diversi medici che hanno segnalato i suoi problemi di salute, ma la direzione sanitaria ha sempre risposto che stava bene. Da ottobre soffre di fuoriuscite di sangue e pus dall'orecchio. Avrebbe dovuto fare anche un intervento plastico all'orecchio, ma non è stato mai effettuato. Fino al 24 aprile, quando ha perso i sensi in cella".










