di Mariagiovanna Capone
Il Mattino, 27 luglio 2026
“Sconto una pena per amicizie sbagliate voglio guardare al futuro con speranza”. Per anni la sua vita è rimasta dentro un perimetro stretto e angusto. Oggi J.M., 41 anni tra pochi giorni, misura il futuro con strumenti diversi: una laurea in Scienze Gastronomiche mediterranee conseguita con 109/110, un lavoro in regime di semilibertà da pasticciere e il sogno di aprire un’attività propria dopo aver finito di scontare la pena, tra due anni. Il cambiamento è stato costruito lentamente, attraverso lo studio e la conoscenza.
Come una ricetta, fatta di ingredienti diversi e di tempi che non possono essere forzati, il suo percorso ha trasformato una passione nata in una cella in un progetto di vita. Entrato in carcere nel 2012, a 27 anni, con la terza media, J. ha conseguito il diploma durante la detenzione e nel 2022 si è iscritto al corso di laurea proposto al Polo universitario penitenziario, nato dalla collaborazione tra l’Università Federico II e il sistema penitenziario. Nei giorni scorsi ha discusso una tesi e per Danilo Ercolini, direttore del Dipartimento di Agraria, il suo percorso rappresenta “un reale processo di recupero sociale”.
Facciamo un passo indietro: nel 2012 lei finisce in carcere. Per quale motivo?
“Sono entrato inizialmente per un favoreggiamento, poi si sono aggiunte altre vicende tra cui associazione di tipo camorristico. Ma non era il mio ambiente: mi ci sono trovato trascinato da amici, perché in un territorio come Secondigliano le cattive frequentazioni finiscono per condizionarti”.
Una volta in carcere però si mette a studiare...
“Sono entrato in carcere con la terza media e con il tempo ho preso il diploma di liceo artistico, indirizzo progettazione e design”.
Cosa l’ha allontanata dalla scuola da giovane?
“Da piccolo ero innamorato della scuola, mi piaceva studiare. Ma i miei avevano un negozio in piazza, avevano bisogno di aiuto e mi hanno chiesto di lavorare con loro. Poi me ne sono pentito”.
A studiare ci ha preso gusto al punto da iscriversi all’Università: perché Scienze Gastronomiche?
“Durante la pandemia il laboratorio di ceramica dove lavoravo fu chiuso e mi trovai solo in cella. Un amico preparò la pasta sfoglia e mi incuriosii. Cominciai a provare. Avevo un talento innato e non lo sapevo: i dolci mi venivano bene già dalle prime volte. Ho imparato da solo, con le ricette che mi mandavano da casa. A Secondigliano, ho creato anche un laboratorio di pasticceria e facevo da tutor ai ragazzi. Preferisco la tradizione: semifreddi, crostate, pan di Spagna”.
È stato difficile studiare in carcere?
“Più che difficile, è un contesto che non aiuta: gli orari, i rumori, e soprattutto i malumori. Si vive 24 ore su 24 in una stanza con una persona che magari non conosci bene e che può avere interessi completamente diversi dai tuoi. Conciliare tutto non è facile. È stata dura”.
I docenti l’hanno aiutata?
“Sul lato umano aiutano molto. Dobbiamo impegnarci e loro sono uno stimolo importante nei momenti difficili. E la cosa bella è che questo impegno diventa contagioso: alcuni compagni di detenzione l’anno dopo al mio si sono iscritti anche loro alla mia facoltà”.
Lei considera la laurea una forma di riscatto?
“Sì. Non è soltanto un titolo, ma per me è una trasformazione. Dicevo agli altri ragazzi che, se avessi trovato un lavoro e ottenuto una misura alternativa, avrei continuato a studiare. Loro non ci credevano. Invece ho mantenuto la promessa. Il 13 gennaio 2025 ho ottenuto l’affidamento ai servizi sociali e oggi lavoro in una pasticceria: amo moltissimo il mio lavoro”.
Come vede il suo futuro?
“Continuare a lavorare, senza dubbi. Magari aprire un’attività mia, questo sarebbe il sogno. E trasmettere questi valori a mio figlio, che ha 19 anni. Aveva smesso di studiare, poi ha visto il mio esempio e ha deciso di riprendere. A settembre inizierà il quinto anno serale. Ho avuto paura che potesse commettere i miei stessi errori. Ha sofferto molto la mia assenza ed è cresciuto in un quartiere dove il mio cognome poteva rappresentare una pressione. Per fortuna sono uscito in tempo. È un bravo ragazzo”.
Cosa vuole dire a coloro che si ritrovano in carcere?
“Che tutto è possibile, il passato non deve definire chi siamo. Io ho sbagliato, ma il mio passato non può essere tutta la mia identità. Il cambiamento deve partire da noi e possiamo migliorare ottenendo gratificazioni e un futuro in cui credere”.










