di Fulvio Scarlata
Il Mattino, 18 settembre 2026
Foto senza volti che colpiscono tra il blu intenso e il rosso amaranto di quelli che erano i barconi di migranti dentro le alte mura di un carcere, laboratori di liutai e un occhio, verde, in un volto carico di rughe, che al di là delle sbarre sembra guardarsi e guardarti dentro. “Metamorfosi” apre con una mostra fotografica nel cuore gotico della chiesa vecchia che (quasi un richiamo ovidiano o kafkiano) racconta come i legni carichi di odori di morte e di vita di quanti attraversano il Mediterraneo diventano nelle mani di reclusi, usciti fuori dal mito gomorriano dei carcerati camorristici, strumenti musicali. Che risuonano sotto le volte ecclesiali nel giorno, finalmente arrivato, della riapertura di Donnaregina Nuova e Vecchia.
Le contraddizioni delle “Metamorfosi” di una Napoli in via di trasformazione nella massificazione turistica dilagano già fuori da Donnaregina. La facciata austera, classica, spoglia della chiesa chiusa dalla cancellata si affaccia su un materasso lurido e lacero su un cumulo di rifiuti addossati in un cassonetto in un arcipelago di plastica, bottiglie, lattine, mozziconi di sigaretta. Da un lato delle sbarre un barbone inevitabilmente maleodorante e un incontro di donne e ragazzi che intorno ad una panchina, su motorini cavalcati rigorosamente senza casco, discutono animatamente, dall’altro la celebrazione dell’arte. E la metamorfosi è anche interna: da Donnaregina Nuova, grondante di barocco, colori, tele, affreschi, cappelle, ori e stucchi, alla nudità di della chiesa vecchia, gotica nell’abside dalle vetrate slanciate nell’infinito, tra colonne spoglie e volte che reggono un matroneo dai dipinti “rossificanti” da un incendio lontano che ha fatto emergere il cadmio come nota dominante.
Proprio nel tempio gotico le foto di Barbara Cardini e Leandro Ianniello (nel percorso espositivo curato da Maria Savarese e Marina Gargiulo) attirano il visitatore dietro le sbarre, tra detenuti di massima sicurezza, diventati liutai lavorando i barconi dei migranti. Tra un tronco di scafo blu e rosso, dove è rimasta impigliata una coperta di broccato blu notte ricamata da fiori bianchi, immerso nelle mura del carcere di Secondigliano, un piede di porco arancione, questa volta utilizzato non per scardinare porte ma per ricavare il legno dai barconi, il vaso utilizzato dai disperati dei viaggi verso l’Europa per svuotare le barche dall’acqua ora diventato spazio per trasportare il legno.
Nello scrigno d’arte della cappella Loffredo “Il violino” di Jannis Kounellis. “Questo progetto di rigenerazione dei barconi è nato nel carcere di Opera - racconta Arnoldo Mosca Mondadori - Avevamo regalato un nostro violino all’artista greco. Ce lo restituì con le corde cambiate in filo spinato in una custodia d’acciaio. È stata la sua ultima opera d’arte”. “In questo luogo” spiega don Mimmo Battaglia “attraverso il grande lavoro dei reclusi, la memoria diventa futuro, le ferite diventano responsabilità, gli scarti diventano possibilità e le distanze vengono eliminate dalle prossimità. Tutto attraverso l’arte. Questo luogo appartiene alla città, perché la bellezza non è per pochi”. “La musica creata da questi legni che arrivano da altri parti del mondo porta un messaggio di pace” sottolinea l’assessora al Turismo Teresa Armato. “I legni sono dei relitti che tornano a vivere, diventando arte e musica” per l’assessore regionale Onofrio Cutaia. “Sono la possibilità che tragedie del nostro globo si trasformino in qualcosa di diverso”. Presenti, tra gli altri, padre Antonio Loffredo, Angela Tecce, della fondazione Donnaregina-Madre, Vincenzo Porzio, di Napoli C’Entro. E la musica dell’Orchestra Tornaccantà che utilizza gli strumenti costruiti a Secondigliano. Da oggi, dalle 10 alle 17, il complesso di Donnaregina è aperto con visite guidate dei ragazzi inseriti nel progetto di accoglienza del Museo diocesano diffuso.









