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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 1 luglio 2026

Per tre volte il detenuto è stato riconosciuto incompatibile con il carcere per le sue condizioni di salute. E per tre volte è tornato dietro le sbarre. Antonino Rapisarda respira con l’ossigeno attaccato ventiquattro ore su ventiquattro, di notte ha bisogno di un ventilatore meccanico, si muove su una sedia a rotelle e per lavarsi o mangiare deve farsi aiutare da altri detenuti. Ha 56 anni, è recluso nella Casa Circondariale di Napoli Secondigliano e il suo corpo porta addosso un elenco di malattie che basterebbe da solo a riempire una cartella clinica. Per tre volte i giudici hanno riconosciuto che le sue condizioni non erano compatibili con il carcere. E per tre volte, finita la misura, è rientrato in cella.

L’associazione Yairaiha Ets ha inviato una segnalazione urgente alle autorità, chiedendo che venga verificato se quel regime detentivo possa davvero reggere il peso di una salute così compromessa. A scrivere alle istituzioni è stata la presidente dell’associazione, Sandra Berardi, dopo la richiesta di aiuto arrivata dalla moglie del detenuto. La donna ha consegnato a Yairaiha una mole di documentazione sanitaria e giudiziaria da cui emerge un quadro che si è aggravato nel tempo. Rapisarda è affetto da insufficienza respiratoria cronica, broncopneumopatia cronica ostruttiva e apnee ostruttive del sonno di grado severo. Ha bisogno di ventilazione notturna con la CPAP, l’apparecchio che durante il sonno spinge aria a pressione costante attraverso una mascherina per impedire alle vie respiratorie di chiudersi, e di ossigeno in via continuativa. A questo si sommano una poliglobulia che lo espone a un rischio altissimo di trombosi, ischemie cerebrali già avvenute, un infarto alle spalle, diabete insulinodipendente, immunodeficienza, decadimento cognitivo e un disturbo bipolare per cui è seguito dal servizio di psichiatria dal 2013. È invalido civile al cento per cento, riconosciuto portatore di handicap grave e classificato come soggetto non autosufficiente.

Tre volte fuori, tre volte dentro - La storia giudiziaria di Rapisarda è quella di una porta che continua ad aprirsi e a chiudersi. Sconta una pena per associazione mafiosa, legata al clan Laudani, dopo un passato nel clan Morabito-Stimoli. Il fine pena, dopo un provvedimento di cumulo, è fissato al 2033. Nel luglio del 2020, durante l’emergenza Covid, il Tribunale di sorveglianza di Messina dispose per lui la detenzione domiciliare. Il suo nome rientrò tra quelli dei detenuti che lasciarono il carcere per ragioni di salute durante la pandemia. L’anno dopo, nell’agosto del 2021, fu il Tribunale di sorveglianza di Catania a riconoscere di nuovo l’incompatibilità del suo stato con la cella, concedendo i domiciliari per un anno. Anche allora una relazione sanitaria parlava di grave insufficienza respiratoria in ossigenoterapia a permanenza, obesità, pregresso ictus, cardiopatia.

Nel gennaio del 2025, dopo un peggioramento della parte respiratoria mentre si trovava nell’infermeria di Secondigliano, ottenne ancora i domiciliari. La misura resse fino al 23 giugno del 2025, quando la mancata proroga lo riportò in carcere, prima a Catania Bicocca e poi di nuovo a Secondigliano. Da quel momento le condizioni non sono migliorate. Anzi. Nella consulenza del 7 aprile 2026, il consulente di parte incaricato dalla difesa descrive un quadro multi patologico cronico in evoluzione, con il rischio concreto di danni irreversibili se viene a mancare la continuità delle cure. Il punto che ritorna è sempre lo stesso: in carcere quella continuità non c’è. L’ossigeno, scrive il consulente di parte, viene somministrato in una quantità che non basta al fabbisogno del paziente, e questo alimenta proprio la poliglobulia, perché la carenza di ossigeno spinge il corpo a produrre più globuli rossi.

La polisonnografia, l’esame che serve a impostare la ventilazione notturna, era attesa da oltre un anno e non è stata fatta. Il test del cammino in sei minuti, utile per regolare l’ossigeno sotto sforzo, in carcere non si può eseguire. I salassi, quelli che dovrebbero essere periodici, durante la detenzione a Secondigliano non sarebbero stati praticamente eseguiti, tranne uno fatto il giorno dopo che il consulente era entrato in istituto per la visita. I consulenti segnalano anche una terapia a base di ferro che, dicono, in un paziente così non ha alcuna logica. Resta una frase che vale la pena leggere così come è scritta negli atti. L’ossigeno, secondo i medici, non viene erogato “in funzione delle necessità terapeutiche ma della organizzazione della struttura carceraria”. Quando una persona dipende ogni giorno da cure continue, dalla ventilazione notturna e dai controlli, leggere che persino l’ossigeno è regolato sulle possibilità del carcere dice molto su quanto sia difficile tenere insieme una salute così fragile e una cella.

Ora i legali chiedono il trasferimento a Messina - Il magistrato di sorveglianza di Napoli, il 3 gennaio scorso, aveva respinto una prima domanda di scarcerazione, ritenendo adeguata la gestione del carcere, dove il centro clinico dispone di un medico ventiquattro ore su ventiquattro. Ordinava però di completare gli esami necessari. Secondo la difesa quegli accertamenti non sono arrivati, salvo un salasso fatto d’urgenza. Da lì le richieste si sono moltiplicate. Il 10 aprile i legali del detenuto hanno depositato al Tribunale di sorveglianza una nuova istanza di differimento o, in subordine, di domiciliari. Il 29 maggio hanno chiesto alla direzione del carcere di farlo visitare, perché da un mese lamentava una tosse persistente e difficoltà a respirare senza, riferiva, ricevere alcuna terapia. Il 18 giugno è arrivata la mossa più recente: una richiesta urgente al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria per trasferirlo al Centro Clinico di Messina, dove era già stato seguito.

I legali sostengono che, pur dicendo la direzione sanitaria di poterlo trattare, di fatto mancano le terapie previste: la consulenza oncologica per dei linfonodi, i prelievi e i salassi per la policitemia, le cure per la tosse. E ricordano che dalla scabbia non risulta ancora guarito. C’è poi un fronte nuovo. Rapisarda ha un figlio piccolo, nato nel 2016, che secondo il pediatra soffre di ansia e di una sindrome da abbandono. Il padre è in un carcere a centinaia di chilometri e il bambino lo vede a fatica. Il fratello, gravemente malato e ricoverato, non riesce ad affrontare il viaggio fino a Napoli. I genitori sono morti in un incidente stradale quando lui aveva diciotto anni.

Sullo sfondo resta la stessa domanda, quella degli articoli 27 e 32 della Costituzione: che il carcere non si traduca in trattamenti contrari al senso di umanità e che la salute sia garantita anche dentro le mura. Il punto non è la gravità del reato per cui Rapisarda è stato condannato, che resta. La pena che sta scontando non è leggera. È stato condannato - ricordiamolo nuovamente - per associazione mafiosa, ritenuto vicino al clan Laudani di Catania, con un fine pena fissato al 2033. Ed è qui che la sua vicenda tocca una domanda scomoda, di quelle che non hanno a che fare con il reato del singolo. La Costituzione, all’articolo 32, tutela la salute come “fondamentale diritto dell’individuo”, e all’articolo 27 stabilisce che le pene “non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità”. Quei due principi non si sospendono in base al reato commesso. Quando un detenuto dipende ogni giorno dall’ossigeno, dalla ventilazione notturna e da controlli che non arrivano, la distanza tra ciò che la legge prescrive e ciò che una cella può offrire non può essere ignorata. Per tre volte la magistratura aveva detto che quel corpo non poteva stare in una cella.