di Valentina Santarpia
Corriere della Sera, 1 dicembre 2025
Nel carcere minorile di Nisida un’iniziativa sperimentale realizzata dalla Fondazione “I figli degli altri”. Così viene data un’alternativa ai ragazzi dopo la pena. Le emozioni sono come matrioske, dove ogni pezzo va svelato dopo l’altro, con cautela: e non a caso proprio la celebre bambola russa è uno degli strumenti utilizzati nel primo progetto terapeutico per gestire la rabbia e l’aggressività, realizzato dalla Fondazione I figli degli altri nell’istituto penale minorile di Nisida in via sperimentale, e che ora sarà replicato in 5 Paesi europei. Come spiega la presidente della Fondazione, la psicologa Rosetta Cappelluccio “le attività creative, come le matrioske e le maschere, permettono ai ragazzi di portare fuori quello che hanno vissuto, le esperienze traumatiche, i reati, la rabbia, la paura, la vulnerabilità. Il vissuto traumatico impedisce a questi ragazzi di avere ricordi ed emozioni perché fanno male, e aumenta la difficoltà a stare nelle proprie vite.
Ragazzi che arrivano da un ceto basso, famiglie assenti, dove esiste una normalizzazione del reato, non riescono a vedere alcuna prospettiva diversa da quella che vivono in carcere. E invece lavorando sulla capacità riflessiva, sulla umanizzazione di ciò che sono stati per gli altri e per loro stessi, instaurando un processo relazionale dove si sentono al sicuro, dando loro fiducia in un contesto dove tutto è basato su regole e punizioni, possono cambiare”. Il risultato? “Riduzione dei comportamenti impulsivi, sviluppo della capacità di capire cosa provano, miglioramento del rispetto delle regole, maggiore attenzione, e soprattutto una consapevolezza di ciò che hanno fatto, con maggiore senso critico”. Il progetto, suddiviso in dodici incontri sulla dialectical behavior therapy (dbt) ha coinvolto nella scorsa primavera 15 detenuti di età compresa tra i 15 e i 18 anni e rappresenta un unicum in Italia, dove nelle carceri non esiste un vero servizio di psicoterapia. Nelle aule del carcere, dove ci sono in totale 75 detenuti minorenni con pene dai 4 ai 7 anni per reati a volte molto gravi, il momento di incontro con il team di esperti è diventato un confronto con se stessi sulla mancanza di amore ricevuto, sul dolore che diventa rabbia, sui pensieri negativi e sull’importanza di esternare le proprie emozioni.
“Abbiamo dovuto abbattere - spiega ancora Cappelluccio - un muro di diffidenza. I ragazzi erano chiusi, imbarazzati ma soprattutto non avevano fatto i conti con le proprie emozioni. Per molti lo stato dissociativo è sopravvivenza, non è un sintomo: la mente traumatizzata non può avere una funzionalità, per potersi salvare da tutto il peso del senso di non appartenenza, nella famiglia o nelle relazioni tra pari, devono tenere a bada tutto il contenuto emotivo. Essere aggressivi e respingenti è necessario: se rifletto, se penso, se divento consapevole di quello che ho vissuto, muoio. Far immaginare loro che possono vivere, sentire, è il primo passo”. Il passaggio successivo è quello di dare loro un’alternativa: “Se vengono abbandonati, continuano a commettere reati - spiega Cappelluccio, che ai bambini abusati ha dedicato un libro, I figli degli altri - Bisogna pensare alla possibilità di seguirli anche dopo la pena, con l’inserimento lavorativo: tutto il sistema deve mettersi in discussione per accoglierli e modificare lo stigma che pende su di loro. Parliamo di ragazzi che non si sentono riconosciuti, non si sentono amati. Giovanissimi che hanno bisogno di adulti significativi che gli mostrino la possibilità di un nuovo percorso di crescita, di un nuovo inizio. E non bisogna deluderli”.










