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di Adolfo Scotto di Luzio


Il Mattino, 2 marzo 2020

 

La stessa città che pochi giorni fa ha ospitato il vertice tra il capo del governo italiano Giuseppe Conte e il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron è diventata nel giro di poche ore la scena di una catena di episodi che ha dell'incredibile. A poca distanza dalla sede della Regione Campania, un ragazzo di sedici anni ha provato a rapinare a volto coperto un carabiniere in borghese e fuori servizio puntandogli, secondo le prime ricostruzioni degli inquirenti, una pistola in faccia. L'uomo ha risposto sparandogli alla testa e al torace.

Decine e decine di persone hanno preso d'assalto l'ospedale vecchio Pellegrini nel cuore di Napoli dove era stato portato in fin di vita il giovane e che sta a pochi metri in linea d'aria dalla Questura e dal comando provinciale dell'Arma - e da quel bar dove una foto che ha fatto il giro del mondo ha immortalato i due politici davanti a caffè e brioches. Il pronto soccorso è stato completamente devastato, i danni ammontano a centinaia di migliaia di euro, medici e infermieri colpiti da una furia scatenata da un gruppo pare molto esteso di parenti e amici della vittima.

La mattina dopo, per i danni riportati, il Pronto soccorso è stato chiuso, per essere riaperto solo in serata. Negli stessi momenti due persone a bordo di uno scooter hanno inscenato un rodeo intimidatorio davanti alla caserma Pastrengo, sparando in aria colpi di pistola che erano rivolti non solo contro i carabinieri ma, con molta probabilità, contro i parenti di uno dei complici, un ragazzo costituitosi nella notte, che venivano ascoltati in quel momento dai soldati dell'Arma. Per chi conosce Napoli tutto è accaduto nel perimetro di pochi isolati: non ai margini di una periferia degradata, bensì nel cuore di una città fitta di vita popolare e di istituzioni.

Ecco, io credo che non esista oggi in Europa un'altra città in cui accadano cose del genere. Siamo di fronte ad un'eccezione napoletana che chiede di essere compresa nelle sue diverse componenti. Un'eccezione che è maturata nel quadro di un crescente abbandono, di una vera e propria scomparsa in questi anni di Napoli dai radar della coscienza civile del nostro Paese.

La prima questione è, naturalmente, la giovane età del ragazzo ucciso, sulle circostanze della cui morte è in corso in queste ore un'indagine e che solo la magistratura potrà accertare. Da molto tempo, tuttavia, Napoli assiste a fenomeni delinquenziali gravissimi che coinvolgono adolescenti e spesso poco più che bambini. Almeno dalla metà degli anni Ottanta, quando, secondo l'allora ministro dell'Interno Oscar Luigi Scalfaro, nel capoluogo partenopeo era ben riconoscibile, accanto alla criminalità organizzata vera e propria, un allarmante fenomeno di "gangsterismo minorile" (così si esprimeva allora il ministro, non disponendo ancora della formula poi ampiamente divulgata di baby gang).

Un filo rosso arriva da lì fino ai giorni nostri, alle cosiddette "stese", alle molte tragiche aggressioni di cui altri adolescenti sono state le vittime indifese: da Arturo a Gaetano, il quindicenne pestato a sangue all'uscita della metropolitana di Chiaiano, per citare solo alcuni degli episodi che più di altri hanno impressionato in questi anni l'opinione pubblica.

In tutti questi casi gli attori della violenza criminale occupano una posizione giuridicamente ambigua, legata esplicitamente all'età anagrafica dei delinquenti, che mette in scacco non solo l'ordinamento, con le sue categorie di imputabilità e maturità psichica, ma l'intero apparato socio-educativo che proprio l'estrema difficoltà di trattare questi soggetti con gli strumenti del diritto penale chiama in causa.

Sul terreno dell'eccezione napoletana, la giustizia non ha mani adeguate per intervenire, ma l'idea di non delegare ad essa i temi della delinquenza minorile, attraverso approcci di carattere sostitutivo (punti di ascolto, centri polivalenti, inclusione sociale), non ha prodotto nessun risultato socialmente apprezzabile. C'è un limite irriducibile che la città oppone tenacemente a qualsiasi tentativo di trattamento in senso moderno della devianza sulla base di tecniche di controllo a base psico-pedagogica.

In una società come quella napoletana, che storicamente non ha conosciuto il rapporto tra lavoro salariato e capitale come principio fondamentale di organizzazione sociale, lo scarto tra i codici culturali di chi opera per il recupero e quelli dei loro destinatari è troppo ampio per non essere preso in considerazione.

Questo scarto emerge con chiarezza negli episodi scatenati dalla morte del giovane rapinatore. L'assalto all'ospedale e l'incursione armata contro la caserma dei carabinieri evidenziano una capacità di mobilitazione che avviene sulla base di una struttura parentale allargata in grado di spingere decine di persone ad una violenza che le forze dell'ordine presenti sul posto non potevano in nessun modo fronteggiare.

Non siamo di fronte a generiche forme di aggressione ai danni di medici, infermieri e ambulanze, ma ad un principio di mob urbano che nessuna società industriale europeo-occidentale conosce più da tempo in queste forme specifiche. Simili reti sociali sono sostanzialmente impenetrabili e vanno fronteggiate con strumenti repressivi adeguati.

Questo punto è a mio avviso molto importante, perché sulla scena della criminalità napoletana non agiscono come si tende a credere di solito "ragazzini", ma esponenti anagraficamente giovani di formazioni sociali criminali con un forte insediamento popolare. Non dobbiamo cioè fronteggiare semplicemente degli individui e i loro atti, ma gruppi sociali di natura criminale di cui i singoli tanto più se in giovane età sono la parte più esposta.

E questo per ragioni che sfuggono ormai largamente alla nostra comprensione. Mi riferisco all'importanza che in certi ambienti giovanili collocati immediatamente sotto la soglia della società legale assumono "valori" generalmente estranei ad una società che al contrario si vuole pienamente acculturata, quali forza, energia, vitalità, coraggio ed ostentazione virile.

Le ragioni per le quali troppo spesso questi giovani praticano la violenza, subendone il più delle volte le tragiche conseguenze, sono essenzialmente di natura morale e chiamano in causa tutto l'ambiente della loro formazione. Estirparne le radici è la questione oggi aperta del caso Napoli. Un caso, appunto e non una serie di episodi criminali. La terza città italiana e non il quartiere periferico di una metropoli.

C'è un'ultima considerazione alla quale conviene prestare attenzione, vale a dire la circostanza che l'ospedale napoletano è stato assaltato nel corso di una settimana drammaticamente segnata da un'emergenza sanitaria globale. È una spia ulteriore dello scollamento profondo tra il mondo in cui è sprofondata la criminalità napoletana e il resto del mondo. Una sfasatura radicale, che dice del livello allarmante in cui sta precipitando la crisi della città.