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di Giovanni M. Jacobazzi

Il Riformista, 12 agosto 2026

Claudio Persico aveva 27 anni quando lo scorso 23 luglio è stato trovato morto nella sua abitazione di Casaferro, a Marigliano. Era tornato a vivere con la madre dopo un periodo trascorso tra carcere e comunità terapeutica. Era uscito dalla droga, e da circa due anni era sottoposto alla libertà vigilata. Cercava solo un lavoro e chiedeva di poter recuperare la patente che gli era stata revocata. Due giorni prima di morire aveva scritto all’assistente sociale dell’Uepe: “Sono ormai due anni che sto in libertà vigilata, sono uscito dalla droga e mi sto comportando benissimo, ma questa misura è un ostacolo anche per il lavoro. Inoltre ho la patente revocata”. La sua vicenda era cominciata nell’agosto 2023 con l’arresto per detenzione di hashish. Dopo il passaggio al Serd e all’Uosm di Pozzuoli, Claudio era stato portato a Poggioreale nel gennaio 2024. Gli psichiatri avevano subito segnalato l’incompatibilità con il carcere per il rischio di suicidio.

La prima comunità dove era stato trasferito si era rivelata fallimentare, fino a un serio tentativo di togliersi la vita. Poi l’arrivo a “L’Opera di un altro”, una comunità a doppia diagnosi di Sala Consilina. Qui il percorso aveva funzionato. La comunità aveva costruito con i servizi di Pozzuoli un programma terapeutico individuale per il reinserimento, e Claudio aveva mostrato progressi significativi. Purtroppo, come accade in questi casi, il percorso terapeutico si scontra con quello giudiziario, che continua ad aggiungere vincoli e paletti di ogni genere. Nel caso di Claudio, addirittura una misura di sicurezza di tre anni richiesta dal questore ma poi respinta dal Tribunale di Napoli, che aveva ritenuto necessario proseguire il percorso terapeutico senza interruzioni. Per la Prefettura, Claudio, autore di condotte di “notevole spessore e allarme sociale”, sarebbe stato invece ancora privo di una adeguata risocializzazione. Una valutazione contestata dai suoi genitori alla luce dei positivi giudizi avuti in comunità. Tornato a Pozzuoli, Claudio doveva quindi trovare un lavoro, firmare ogni giorno al commissariato, restare a casa dalle 19 alle 9, seguire Serd e Uosm e non uscire dalla provincia di Napoli. La patente restava revocata. Aveva frequentato anche l’unico corso proposto dall’Uepe, otto lezioni di fotografia.

Il lavoro, però, era diventato un percorso a ostacoli. Per un appuntamento al Centro per l’impiego erano necessari mesi. A Scampia rischiava di non essere preso in carico perché risultava ancora iscritto a Sala Consilina. Il 22 luglio, il giorno prima della morte, aveva un appuntamento a Marigliano: arrivato sul posto, aveva trovato il centro chiuso. Una beffa. Anche la sua attività di scrittore doveva fare i conti con queste prescrizioni. Per la presentazione del suo secondo romanzo, “Il cercatore di tornadi”, alla Feltrinelli di Napoli, l’autorizzazione era arrivata all’ultimo momento e l’obbligo di firma gli aveva fatto perdere l’evento.

Come definire tutto ciò? “Accanimento” e “disumanità”, affermano i genitori. Claudio doveva essere reinserito e doveva trovare un lavoro. Però aveva la patente revocata e forti limitazioni negli spostamenti. Doveva rispettare l’obbligo di firma e un rigido orario domiciliare. Doveva dimostrare di essere pronto a tornare alla normalità, mentre una serie di procedure rendeva quella normalità sempre più difficile. La sua tragica storia mostra tutte le inefficienze del nostro sistema, caratterizzato da una cieca burocrazia che punta alla sanzione e non comprende l’importanza del reinserimento nella società, come recita l’articolo 27 della Costituzione.