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di Laura Aldorisio

Corriere della Sera, 29 gennaio 2025

Lavori di sartoria nel carcere di Secondigliano con il progetto “Aprire una finestra sull’orizzonte”. L’omaggio a papa Francesco. Spazio anche a falegnameria, meccatronica, digitalizzazione. “Aprire una finestra sull’orizzonte”. È il lavoro di Giulia Russo, direttrice del Centro Penitenziario “Pasquale Mandato”, per tutti il carcere di Secondigliano. Una sfida per uno spazio invalicabile che occupa 40 ettari e ospita 1480 detenuti in 12 reparti. Dallo scorso maggio, poi, tra le stesse mura ci sono anche le detenute del carcere di Pozzuoli, evacuato per questioni di sicurezza. Imprevisti, problemi e responsabilità a non finire, ma la direttrice sa quale ritmo vuole dare al tempo del carcere, il battito di “occasioni perdute”. Da quando sette anni fa ha assunto la direzione, ha inaugurato quattro lavorazioni penitenziarie: falegnameria, meccatronica, digitalizzazione e sartoria.

“Quest’ultima è una continua scommessa”. Tutto nasce da due bisogni effettivi: confezionare lenzuola e federe per i letti dei detenuti e smaltire le divise degli agenti, mai utilizzate o dalle taglie sbagliate, che occupavano un intero magazzino. Ripulite di bottoni, stemmi e simili, ai dodici uomini, scelti e formati con un corso specializzato in sartoria, venivano consegnate solo le stoffe. E loro sono riusciti a realizzare degli zaini. “Abbiamo visto che chi lavora, cambia. Lo sguardo accigliato diventa limpido, il ghigno una condivisione degli spazi”. Sono impiegati per circa sei ore al giorno e vengono retribuiti secondo il contratto collettivo nazionale. E creatività chiama creatività. Con il cappellano del carcere di Secondigliano, don Giovanni Russo, tre anni fa nasce un’idea: lavorare le casule per i sacerdoti e i paramenti sacri.

“Abbiamo coinvolto una sarta che ci ha insegnato non solo come realizzarli, ma anche il loro significato, i diversi colori delle casule, ad esempio, e così ha preso il via un nuovo filone sartoriale”. Decine di parrocchie si rivolgono al carcere e in questi mesi ha fatto capolino un committente inaspettato, il Vaticano, con centinaia di lavorazioni per il Giubileo. Lo stemma viene ricamato sulla stoffa e una sua prima prova è stata consegnata nelle mani di papa Francesco qualche mese fa. Ma le dita dei detenuti scorrono da poco tempo su tessuti differenti, destinati a diventare le toghe che vestiranno magistrati, avvocati e professori universitari. “Nei tre progetti c’è una simbologia: l’importanza dei valori, come la legge, la sacralità e la legalità. Il carcere non solo rieduca, è riduttivo, ma può aiutare in una nuova autocoscienza. Questo significa aprire una finestra sull’orizzonte: considerare che la persona non è il suo errore e offrire strumenti per far entrare una novità”.